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    11/19/2009

    QUANDO SCAPPA... SCAPPA

    Due signore dopo molto tempo convincono i rispettivi mariti a lasciarle uscire fuori a cena da sole , per ricordare i vecchi tempi.

    Dopo una serata divertentissima,insomma dopo due bottiglie di vino bianco, champagne, limoncelli e qualche amaro escono dal ristorante completamente ubriache! Nel viaggio di ritorno,entrambe,forse per il troppo bere,vengono colte da uno stimolo impellente…non sapendo dove andare a fare pipì per la tarda ora…una ha un’idea e dice all’altra “entriamo in quel cimitero certamente non c’è nessuno…” e l’altra “Ok!”

    Entrano.

    La prima si leva lo slip fa la pipì si asciuga con lo slip e lo butta via… la seconda riflettendo sul fatto che indossava un intimo firmato… leva lo slip e lo mette in tasca, fa la pipì e strappa un nastro da una corona per pulirsi.

    L’indomani il marito della prima chiama l’altro: “Carlo! Il mio matrimonio è finito!”

    E l’ altro “Perchè?”

    E Mario: “Carlo, mia moglie è tornata a casa completamente ubriaca alle 5 di mattina senza mutande!”

     

     

    E Carlo risponde: “Mario,non è nulla..non sai cos’ha combinato la mia! Non solo era ubriaca e senza mutande, ma aveva anche una coccarda rossa infilata nel sedere con sopra scritto: non ti scorderemo mai Giulio, Pino, Ignazio e tutti gli amici della palestra!

    Party

     
    11/14/2009

    AMMAZZAGIUSTIZIA

     

    PRESIDENTE, RITIRI QUELLA NORMA DEL PRIVILEGIO

    SIGNOR Presidente del Consiglio, io non rappresento altro che me stesso, la mia parola, il mio mestiere di scrittore. Sono un cittadino. Le chiedo: ritiri la legge sul "processo breve" e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei.

    Con il "processo breve" saranno prescritti di fatto reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi. Il sogno di una giustizia veloce è condiviso da tutti. Ma l'unico modo per accorciare i tempi è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto. Non fermare i processi e cancellare così anche la speranza di chi da anni attende giustizia.

    Ritiri la legge sul processo breve. Non è una questione di destra o sinistra. Non è una questione politica. Non è una questione ideologica. E' una questione di diritto. Non permetta che questa legge definisca una volta per sempre privilegio il diritto in Italia, non permetta che i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà più speranze di giustizia.

    ROBERTO SAVIANO


    Firmate l'appello

     

     

    11/9/2009

    DOPO SCOPIAMO?

     
      
    11/6/2009

    PIOVE :(

     
     
     
    Ombrello
    10/1/2009

    LE SETTE DOMANDE DI TRAVAGLIO - VELTRI

     
    Roma 4 settembre 2009, continua l’attacco di Berlusconi contro i media italiani e stranieri e la relativa strategia della mensogna mediatica. Questi riportati nell’articolo sono stralci tratti da libro di Marco Travaglio che, come suo diritto di cittadinoe nostro, chiede, in tempi di democrazia agonizzante alcune cosette.

    Le informazioni riportate nelle sette domande sono state estratte dal libro “L’odore dei soldi” di Elio Veltri e Marco Travaglio (Editori Riuniti) 2001. Sono quindi ben note alla stampa ed ai parlamentari italiani.
    Il Signor Berlusconi ha intentato due cause agli autori del libro: la prima, per diffamazione, si è conclusa nel 2005 con l’assoluzione dei due autori e la condanna del signor Berlusconi a pagare 100′000 euro di spese. La seconda causa, una richiesta di risarcimento per diffamazione a mezzo stampa, è stata respinta dal tribunale di Roma con l’obbligo del pagamento di 15′000 euro di spese da parte del querelante.

    Premessa: La Banca Rasini di Milano, di proprietà negli anni ’70 di Carlo Rasini, è stata indicata da Sindonae in molti documenti ufficiali di magistrati che hanno indagato sulla mafia, come la principale banca utilizzata dalla mafia per il riciclo del denaro sporco nel Nord - Italia.
     
     

     
    Di questa Banca sono stati clienti Pippo Calò, Totò Riina e Bernardo Provenzano, negli anni in cui formavano la cupola della mafia.

    In quegli stessi anni il Sig. Luigi Berlusconi lavorava presso la Banca, prima come impiegato, poi come Procuratore con diritto di firma e infine come Direttore.
     
    1)
    Nel 1970, il procuratore della banca Luigi Berlusconi ratifica un’operazione molto particolare: la banca Rasini acquisisce una quota della Brittener Anstalt, una società di Nassau legata alla Cisalpina Overseas Nassau Bank, nel cui consiglio d’amministrazione figurano Roberto Calvi, Licio Gelli, Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus. Questo Luigi Berlusconi, procuratore con diritto di firma della banca Rasini, era suo padre?

    2)
    Sempre intorno agli anni ’70 il Sig. Silvio Berlusconi ha registrato presso la banca Rasini ventitré holding come “negozi di parrucchiere ed estetista”, è lei questo Signor Silvio Berlusconi?
     
    3)
    Lei ha registrato presso la banca Rasini, ventitré “Holding Italiane” che hanno detenuto per molto tempo il capitale della Fininvest, ed altre 15 Holding, incaricate di operazioni su mercati esteri. Le ventitré holding di parrucchiere, che non furono trovate ad una prima indagine della guardia di finanza, e le ventitré Holding italiane, sono la stessa cosa?
     
    4)
    Nel 1979 il finanziere Massimo Maria Berruti che dirigeva e poi archiviò l’indagine della Guardia di Finanza sulle ventitré holding della Banca Rasini, si dimise dalla Guardia di Finanza. Questo signor Massimo Maria Berruti è lo stesso che fu assunto dalla Fininvest subito dopo le dimissioni dalla Guardia di Finanza, fu poi condannato per corruzione, eletto in seguito parlamentare nelle file di Forza Italia, e incaricato dei rapporti delle quattro società Fininvest con l’avvocato londinese David Mills, appena condannato in Italia su segnalazione della magistratura inglese?
     
    5)
    Nel 1973 il tutore dell’allora minorenne ereditiera Anna Maria Casati Stampa si occupò della vendita al Sig. Silvio Berlusconi della tenuta della famiglia Casati ad Arcore. La tenuta dei Casati consisteva in una tenuta di un milione di metri quadrati, un edificio settecentesco con annesso parco, villa San Martino, di circa 3’500 metri quadri, 147 stanze, una pinacoteca con opere del Quattrocento e Cinquecento, una biblioteca con circa 3000 volumi antichi, un parco immenso, scuderie e piscine. Un valore inestimabile che fu venduto per la cifra di 500 milioni di lire (250′000 euro) in titoli azionari di società all’epoca non quotate in borsa, che furono da lei riacquistati pochi anni dopo per 250 milioni.(125′000 euro). Il tutore della Casati Stampa era un avvocato di nome Cesare Previti. Questo avvocato è lo stesso che poi è diventato suo avvocato della Fininvest, senatore di Forza Italia, Ministro della Difesa, condannato per corruzione ai giudici, interdetto dai diritti civili e dai pubblici uffici, e che lei continua a frequentare?
     
    6)
    A Milano, in via Sant’Orsola 3, nacque nel 1978 una società denominata Par.Ma.Fid. La Par.Ma.Fid. è la medesima società fiduciaria che ha gestito tutti i beni di Antonio Virgilio, finanziere di Cosa Nostra e riciclatore di capitali per conto dei clan di Giuseppe e Alfredo Bono, Salvatore Enea, Gaetano Fidanzati, Gaetano Carollo, Carmelo Gaeta e altri boss – di area corleonese e non – operanti a Milano nel traffico di stupefacenti a livello mondiale e nei sequestri di persona. Signor Berlusconi, importanti quote di diverse delle suddette ventitré Holding verranno da lei intestate proprio alla Par. Ma.Fid. Per conto di chi la Par.Ma.Fid. ha gestito questa grande fetta del Gruppo Fininvest e perché lei decise di affidare proprio a questa società una parte così notevole dei suoi beni?
     
    7)
    Signor Berlusconi da dove sono venuti gli immensi capitali che hanno dato inizio, all’età di ventisette anni, alla sua scalata al mondo finanziario italiano?
    Vede, Signor Berlusconi, tutti gli eventuali reati cui si riferiscono le domande di cui sopra sono oramai prescritti. Ma il problema è che i favori ricevuti dalla mafia non cadono mai in prescrizione, i cittadini italiani, europei, i primi ministri dei paesi con cui lei vuole incontrarsi, hanno il diritto di sapere se lei sia ricattabile o se sia una persona libera.
     
    Per ultimo vorrei citare Carlo Cosmelli che dichiara: "Dato che lei è già stato condannato in via definitiva per dichiarazioni false rese ad un giudice in un tribunale, dovrebbe farci la cortesia di fornire anche le prove di quello che dice, le sole risposte non essendo ovviamente sufficienti."
     
     
    9/30/2009

    LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI

     
     
    28 settembre - 1° ottobre 1943
     

    Napoli e la guerra

    Alla vigilia della II guerra mondiale Napoli contava circa 900.000 abitanti che, con la provincia, arrivano a 1.750.000 [1]. Nel corso del ventennio fascista era quindi decaduta da prima a terza città d’Italia. Il regime dittatoriale in un primo tempo aveva fatto registrare progressi in campi quali quelli dell’edilizia e degli edifici pubblici, dell’orario lavorativo e del sistema previdenziale e dell’alfabetizzazione. Ma il divario nord-sud crebbe vorticosamente, specialmente nello strategico settore delle comunicazioni ferroviarie e stradali e delle opere pubbliche in genere che, salvo eccezioni, resteranno praticamente le stesse dell’epoca giolittiana, e che troveranno un successivo sviluppo solo con l’avvento della Repubblica.

    Mussolini investì enormi risorse nella guerra coloniale per la conquista dell’Etiopia (1935-6), in cui furono utilizzati da parte italiana i gas asfissianti. Caduto nell’abbraccio mortale col nazismo, partecipò nella guerra civile spagnola (1936-39) ed emanò le leggi razziali (1838). Il 10 giugno 1940, il ministro degli esteri italiano, conte Ciano, genero del “Duce”, consegnò le dichiarazioni di guerra alle potenze occidentali. Si disse che Mussolini avesse inteso scommettere su di una rapida e vittoriosa soluzione del conflitto per trarne vantaggio, ma il suo si rivelò un colossale e criminale sbaglio, in quanto l’Italia, come ben presto i fatti dimostrarono, non aveva né le risorse, né la tecnologia, né tantomeno la volontà di imbarcarsi nella tragica avventura. In effetti, Mussolini reiterò più volte la sua irresponsabilità: assalì la Grecia, dichiarò guerra agli Stati Uniti, inviò un’armata in Russia quando già le cose volgevano al peggio per il cosiddetto “Asse” italo-germanico.

    Bombardieri americani B-29 "Fortezze volanti"

    Napoli nel 1940 era del tutto impreparata alla guerra, con poche difese efficienti, tenuto conto della sua posizione strategica per il rifornimenti all’esercito che combatteva in Africa. La difesa aerea della città era affidata alle navi militari che si alternavano nel porto, ed alla obsoleta artiglieria dell’U.N.P.A. (Unione Nazionale Protezione Antiaerea). Gli aerei da caccia erano pochi ed assolutamente inadeguati a fronteggiare gli avversari. Non esisteva alcun moderno sistema di avvistamento (il radar era sconosciuto in Italia, mentre gli alleati lo utilizzavano già da tempo). Vennero designati dei “capi-palazzo” per il soccorso dei civili e lo spegnimento degli incendi. A partire dalle ore serali entrava in vigore l’oscuramento col divieto di far filtrare le luci.

    Un caccia italiano CR32

    I bombardamenti notturni inglesi iniziarono nel novembre del 1940. I danni riguardarono soprattutto la zona portuale e quella industriale del versante orientale della città. Alcuni di coloro che avevano perso la casa si trasferirono nelle grotte naturali e nei tunnel cittadini. Il 18 novembre 1941, un grappolo di bombe distrusse l’avanti-ricovero [2] di Piazza Concordia, facendo strage degli occupanti. Dal 4 dicembre del 1942, si aggiunsero i bombardamenti diurni americani, con un’incursione d’alta quota che provocò novecento vittime. In quell’occasione, non si ebbe neanche il tempo di far suonare le sirene d’allarme. In porto, l’incrociatore “Attendolo” fu centrato in pieno e si capovolse. Il 15 dicembre successivo i bombardieri distrussero l’ospedale Loreto, il gasometro, i bacini di carenaggio. I devastanti attacchi americani si intensificarono nei primo mesi del 1943, con bombardamenti a tappeto da alta quota, effettuati da centinaia di bombardieri pesanti, mentre la caccia nemica seminava spezzoni incendiari dappertutto. Fu distrutto il sistema d’allarme e la gente, ormai allo stremo delle forze, veniva avvertita dell’arrivo degli aerei dai vani spari della contraerea.

    Napoli sotto bombardamento

    Non è possibile in questa sede elencare tutte le incursioni, ma ci preme raccontare almeno gli episodi più drammatici. Il 28 marzo 1943 in porto avvenne un incendio sulla nave da trasporto Caterina Costa, carica di munizioni e benzina, ed in procinto di percorrere la “rotta della morte” verso la Tunisia. Nonostante l’evidente pericolo, la nave non venne rimorchiata al largo, ma si tentò di salvare il carico (per ordine diretto del governo del “Duce dell’Impero”, che però se ne stava a Roma…). Non si riuscì a controllare l’incendio, la nave saltò in aria, causando l’affondamento di altre unità navali ormeggiate nei pressi. La città fu investita da una pioggia di fuoco, lamiere roventi e schegge che arrivarono fino a piazza Carlo III, con migliaia tra morti e feriti. Il 4 agosto 1943 Napoli fu colpita dalle “fortezze volanti” americane da alta quota, ininterrottamente per 43 ore, causando 20.000 morti; furono rasi al suolo ospedali, chiese, orfanotrofi, abitazioni civili, e la basilica di Santa Chiara. Dal 6 all’8 settembre ci furono le ultime terribili incursione americane.

    Le rovine di Santa Chiara

    L’8 settembre fu annunciata la resa dell’Italia, distrutta e divisa in due. Le famiglie italiane piangevano quattrocentomila morti (per due terzi figli del Sud).

    Lo Sbarco a Salerno

    In concomitanza con l’annuncio della resa, l’8 settembre gli Americani diedero inizio all’operazione Avalanche, sbarcando nel Salernitano. Ciò che restava della flotta italiana, che non era stata impegnata a difesa della Sicilia, faceva rotta su Malta per consegnarsi agli Inglesi, come previsto nella capitolazione, subendo la perdita della corazzata “Roma” ad opera dell’aviazione tedesca.

    La corazzata Roma

    La forza di invasione di 170.000 uomini attuò lo sbarco lungo ben 40 chilometri di costa alle 03.30 del 9 settembre. Nel momento in cui i soldati iniziarono a prendere terra, l'aviazione tedesca diede inizio ad una serie di attacchi aerei, provocando gravi perdite tra le file alleate. All’alba gli alleati giunsero a Cava de' Tirreni, dove i tedeschi concentrarono i carri armati lungo le case per tenerli al riparo dal fuoco nemico.

    A contrastare lo sbarco fu l’agguerrita divisione blindata tedesca “Hermann Goering”, che il 13 settembre sferrò il contrattacco che non riuscì per il poderoso appoggio allo sbarco dato dal’artiglieria navale e dall’aviazione alleata. Il duro risvolto si ebbe sulla popolazione civile a causa dei bombardamenti, apocalittici per entità, terrore ed orrore. Dal giorno 15 i tedeschi iniziarono a ripiegare, attuando la "politica della terra bruciata", ovvero la distruzione di tutto ciò che era impossibile portar via e la cattura degli uomini da condurre nei campi di concentramento o ai lavori forzati. Per non lasciare il porto di Napoli nelle mani degli anglo-americani, occuparono la città. L’ordine del Fürher specifico per Napoli prescriveva un piano sistematico di distruzione, rastrellamenti e sterminio denominato "cenere e fango".

    Tuttavia i tedeschi riuscirono ad impegnare le forze terrestri anglo-americane quasi per tutto il mese di settembre, mentre la tragedia dei bombardamenti navali coinvolse tutta la zona interessata.

    Le Quattro Giornate di Napoli

    Dopo tre anni di guerra fascista, Napoli, sventrata da 107 bombardamenti, s'era svuotata, abbandonata da intere famiglie in fuga nelle campagne. Erano rimasti i rassegnati, gli indifferenti, i fascisti, e i disperati. Furono questi ultimi a ribellarsi, a passare dalla disperazione all'esasperazione per i soprusi nazisti, dopo l'occupazione della città.

    In agosto si era formato il Comitato di Liberazione dei Partiti Antifascisti con de Ritis, Palermo, Rodinò, Parente, Ferri e Ingangi. Benedetto Croce riuscì a raggiungere Capri, già in mani alleate, dove iniziò la formazione del nuovo governo.

    La città era senza viveri, trasporti o qualsiasi altro tipo di servizio pubblico: vi erano 80.000 disoccupati. Gli Alleati lanciavano manifestini dagli aerei invitando il popolo a ribellarsi alle truppe germaniche. Il Comitato di Liberazione chiedeva armi, ma il comando militare [3]esitava ad armare la popolazione: le forze armate italiane erano in completo dissolvimento, grazie all'esempio del re d'Italia Vittorio Emanuele III di Savoia e dei suoi degni generali che avevano pensato soltanto a mettersi in salvo.

    La rabbia dei nazisti per il fallimento del servizio obbligatorio che tentavano di introdurre, venne espressa nel manifesto del 26 settembre emanato dal comandante Scholl, che gridava al sabotaggio e minacciava di fucilare all'istante i contravventori:

    "Al decreto per il servizio obbligatorio di lavoro hanno corrisposto in quattro sezioni della città complessivamente circa 150 persone, mentre secondo lo stato civile avrebbero dovuto presentarsi oltre 30.000 [3000 è un errore di stampa del manifesto, ndr] persone. Da ciò risulta il sabotaggio che viene praticato contro gli ordini delle Forze Armate Germaniche e del Ministero degli Interni Italiano. Incominciando da domani, per mezzo di ronde militari, farò fermare gli inadempienti. Coloro che non presentandosi sono contravvenuti agli ordini pubblicati, saranno dalle ronde senza indugio fucilati. Il Comandante di Napoli Scholl"

    Il manifesto fatto affiggere dai Tedeschi

    Il giorno dopo, il 27 settembre, ebbe inizio la caccia all'uomo: le strade vennero bloccate e gli uomini, senza limiti di età, furono caricati con la forza sui camion per essere avviati al lavoro forzato in Germania. L'odio contro di loro e contro i fascisti che ancora gironzolavano per la città a fianco dei soldati tedeschi saccheggiando e portando via quanto potevano, aumentava giorno per giorno. Si ebbero delle fucilazioni di uomini e donne che si erano opposti al saccheggio delle loro case, mentre il generale Del Tetto completava la consegna della città all'esercito tedesco e proibiva al popolo in un suo manifesto di assembrarsi perché in tal caso sarebbe stato costretto a dare ordine di sparare sulla folla.

    A questo punto, per i napoletani non c'erano alternative: se volevano sfuggire alla deportazione dovevano combattere contro i tedeschi e impedire che attuassero i loro piani. Cosi, senza essere né preparata né organizzata, scoppiò l'insurrezione di Napoli, una risposta spontanea in cui erano presenti anche i partiti antifascisti ma senza avere quella funzione di guida che avranno invece durante la lotta partigiana. I napoletani uscirono allo scoperto nelle prime ore del 28 settembre: erano armati alla meglio, con vecchi fucili, pistole, bombe a mano, bottiglie incendiarie che avevano subito imparato a costruire e qualche mitragliatrice leggera nascosta nei giorni dell'armistizio. Altre armi se le procurarono combattendo. Tutto ciò sconcertò il comando tedesco che non si attendeva questa reazione.

    L'insurrezione

    Il 28 settembre 1943 Napoli insorgeva, mobilitandosi in diversi quartieri e con intensità e partecipazione sociale e politica diversificate, in un impetuoso slancio mirato a scacciare i tedeschi da Napoli. Da allora, si è detto e scritto di tutto sulle Quattro Giornate. A volte si è anche taciuto, e persino negato che avessero mai avuto luogo. Eppure i fatti sono lì, ricostruibili e ricostruiti nella loro essenzialità e nei loro antecedenti, quali, tra gli altri, il clima instauratosi dopo l’8 settembre, le prime violenze tedesche contro i civili, gli implacabili rastrellamenti alla ricerca dei cittadini maschi nascosti, gli arruolamenti coatti, lo sgombero forzato della fascia costiera urbana, per non dire della fame e degli orrori della guerra voluta dal fascismo.

    La scintilla scoppiò al Vomero. Erano da poco passate le nove, quando giunse la notizia che un marinaio era stato freddato con un colpo di pistola, mentre stava bevendo alla fontanella che si trova all’angolo di via Girardi, proprio di fronte all’Ospedale Militare. Una decina di giovanissimi sotto i vent’anni, in piazza Vanvitelli, si precipitarono addosso ai tre tedeschi che occupavano una camionetta, li costrinsero a scendere ed incendiarono il mezzo. I tedeschi approfittarono di questo momento per fuggire e dare l’allarme. Giunsero soldati in massa, ma i giovani non desistettero e si rifugiarono nel Museo di San Martino, mentre la voce della rivolta si spandeva in città. In un attimo piovvero dalle finestre delle case suppellettili per ostruire le strade. Gli scontri tra tedeschi e gruppi di insorti armati si accesero nel Vomero, ma anche nella zona tra Foria, il Museo e Piazza Carlo III.

    La battaglia nelle strade di Napoli

    Ben presto il fuoco divampa, ed una delle aree in cui maggiormente si concentra l’azione propriamente militare riguarda il sistema viario dei collegamenti da e per Capodimonte, con punti nevralgici al Moiarello, al Ponte della Sanità, in via Santa Teresa. Si tratta evidentemente delle postazioni forti dello schieramento tedesco o comunque dei principali punti di disimpegno, o di fuga, o semplicemente di sbocco dal perimetro cittadino in direzione nord. Già nella giornata seguente, mentre il contagio insurrezionale si espande guadagnando nuovi percorsi nella città bassa e l’adesione di frange popolari e ultrapopolari - ma anche di significativi spezzoni di borghesi e intellettuali - altri teatri d’azione si impongono, al corso Malta, a Poggioreale, al Vasto, in via Carbonara e in via Roma in direzione della Prefettura e di piazza del Plebiscito.

    Avvengono episodi di straordinario ardimento (come al Rione Materdei o, ancora, alla Sanità) a diretto contatto con le pattuglie tedesche o nel corso della rischiosa azione di sminamento dei tanti edifici, fabbriche, manufatti su cui hanno lavorato i «guastatori» tedeschi. Emergano embrionali ma funzionali strutture organizzative dell’intero moto di rivolta antitedesco, in particolare al Vomero, attorno al Liceo Sannazaro, e al Parco Cis in via Salvator Rosa. Ancora un giorno e mezzo di scontri, e ancora tanto sangue versato: al Bosco di Capodimonte, alla masseria del Pagliarone in via Belvedere, in piazza Dante, alla masseria Pezzalonga nelle campagne retrostanti la via Pigna, in via Nardones; vengono troncate, fra le altre, le giovanissime vite di Gennarino Capuozzo, Pasquale Formisano, Filippo Illuminato, del soldato Mario Minichini, degli studenti Adolfo Pansini e Giovanni Ruggiero.

    Infine, l’episodio culminante della liberazione degli ostaggi rinchiusi nel Campo sportivo del Vomero, che prelude in pratica all’abbandono della città da parte dei tedeschi e all’entrata delle avanguardie anglo-americane nella mattinata del 1° ottobre.

    Le Quattro Giornate restano nella storia della città come uno straordinario momento di coraggio e di unità. Esse furono il punto di arrivo e di svolta rispetto al passato e punto di partenza, rispetto a quello che allora si configurava come futuro e che costituisce oggi il presente, quanto mai problematico.

    «Le quattro giornate di Napoli costituiscono uno degli episodi più degni di ricordo della nostra storia nazionale e uno dei pochissimi avvenimenti consolatori di questi ultimi venticinque anni» (Corrado Barbagallo [1]). Il maturo professore di storia spiega bene, del resto, come le Quattro Giornate rimangano incomprensibili se non si fa almeno un passo indietro, se non agli anni della dittatura, certo al suo epilogo atteso e inglorioso, a quell’8 settembre del ’43 quando chi aveva perduto la propria partita (fascisti e tedeschi insieme) volle, comunque, provare a forzare un esito che il popolo italiano accolse concordemente come la fine di un lungo incubo. Se questa è la premessa, l’insurrezione napoletana non può essere interpretata – come fece allora Croce, prigioniero del fantasma fuorviante del 1799, e perfino Adolfo Omodeo - come l’ennesima ribellione di una città lazzarona che infierisce su un nemico già sconfitto e ormai in fuga.

    Ciò che i tedeschi avevano fatto a Napoli dopo l’8 settembre, appartiene alla brutalità cieca, tipica di chi è consapevole della inevitabilità della propria sconfitta, e da quindi libero sfogo alla volontà distruttiva. Se, dunque, Napoli è stata la prima grande città europea che ha sperimentato la resistenza armata al nazismo, lo è soprattutto nel senso che qui per la prima volta il nazismo ha mostrato in quale modo intendesse comportarsi in quella seconda parte della guerra mondiale che esso trasforma in un calvario distruttivo, nibelungico, verso la catastrofe.

    Per quattro giorni, i napoletani scelsero la lotta aperta, imbracciarono le armi, eressero barricate, lanciarono bombe, tesero agguati, costringendo le truppe tedesche alla resa, alla fuga. Resistettero al nemico artisti, poeti, scrittori

    [2]. Anche gli ufficiali dell'esercito italiano (spariti in un primo momento) e gli antifascisti si unirono ai sollevati. Quanti presero le armi, vecchie armi italiane meno efficienti, meno micidiali di quelle tedesche, furono dunque tanti. Le azioni di scontro in ogni quartiere della città e soprattutto al Vomero, all’Arenella, a Capodimonte, a Ponticelli, infittite e protratte negli ultimi quattro giorni del settembre e nella mattinata del primo ottobre, furono decisive per affrettare l’abbandono della città da parte delle truppe tedesche proprio per la attiva solidarietà della popolazione con quel pugno di combattenti, che si moltiplicava in ogni punto della città.

    I tedeschi avrebbero voluto ridurre l’abitato a cenere e fango, avevano minato, fatto saltare in aria, incendiato case, alberghi, battelli in mare, impianti di servizi, l’Archivio di Stato. Le distruzioni sarebbero state infinitamente maggiori se la popolazione non fosse coralmente insorta a sostenere i suoi studenti, i suoi operai, i suoi uomini più consapevoli nella lotta aperta. I tedeschi, all'alba del primo ottobre, si ritirarono compiendo vili rappresaglie tra le popolazioni che incontravano sul loro cammino.

    Napoli, Via Marina a  nel 1943

    Quando gli alleati entrarono in città, non trovarono un nemico che fosse uno. Napoli s'era liberata da sola. Nel dopoguerra, oltre alla medaglia d’oro alla città di Napoli, furono conferire agli insorti 4 medaglie d’oro alla memoria, 6 d’argento e 3 di bronzo. Le medaglie d'oro furono assegnate ai quattro scugnizzi morti: Gennaro Capuozzo (12 anni), Filippo Illuminati (13 anni), Pasquale Formisano (17 anni) e Mario Menechini (18 anni). Medaglie d’argento alla memoria di Giuseppe Maenza e di Giacomo Lettieri; medaglie d’argento ai comandanti partigiani Antonino Tarsia, Stefano Fadda, Ezio Murolo, Giuseppe Sances; medaglie di bronzo a Maddalena Cerasuolo, Domenico Scognamiglio e Ciro Vasaturo.

    Questo il bollettino delle 4 giornate: oltre 2.000 combattenti, 168 furono i napoletani caduti in combattimento, 162 i feriti, 140 le vittime tra i civili, 19 i morti non identificati, 162 i feriti, 75 gli invalidi permanenti.

    La motivazione della medaglia d'oro al valore militare conferita alla città di Napoli fu la seguente:

    “CON UN SUPERBO SLANCIO PATRIOTTICO SAPEVA RITROVARE, IN MEZZO AL LUTTO E ALLE ROVINE, LA FORZA PER CACCIARE DAL SUOLO PARTENOPEO LE SOLDATESCHE GERMANICHE SFIDANDONE LA FEROCE DISUMANA RAPPRESAGLIA.

    IMPEGNATA UN'IMPARI LOTTA COL SECOLARE NEMICO OFFRIVA ALLA PATRIA NELLE QUATTRO GIORNATE DI FINE SETTEMBRE 1943, NUMEROSI ELETTI FIGLI.

    COL SUO GLORIOSO ESEMPIO ADDITAVA A TUTTI GLI ITALIANI LA VIA VERSO LA LIBERTÀ, LA GIUSTIZIA, LA SALVEZZA DELLA PATRIA”.

    Fara Misuraca e Alfonso Grasso


    Note

    [1] Cfr. Censimento del 1936, Annuario Istat.

    [2] Era uno spiazzo antistante la discesa nel ricovero, dove di solito la gente si radunava nell’attesa di verificare che non si trattasse di un falso allarme

    [3] Ciò che restava del presidio italiano era affidato al generale Del Tetto che provvide a diffondere un manifesto con cui si proibivano gli assembramenti.

    Chi a caldo (siamo nel dicembre del ’43) scrive queste righe non è un giovane protagonista ancora suggestionato dalla esaltante novità di quelle giornate, ma un professore universitario quasi settantenne, Corrado Barbagallo. Nei suoi scritti, si ritrova la geografia urbana di quelle ore, i luoghi dove l’insurrezione scoppiò, le strade dove i combattimenti furono più accaniti e non si faticherà a capire da questa toponomastica che fu l’intera città ad esplodere sotto il peso di un dominio che proprio nella sua agonia mostrava il suo volto più inutilmente feroce.
    Fu ferito anche Sergio Bruni, che diventerà uno dei maggiori interpreti di tutti i tempi della canzone napoletana.

     

    « Dopo Napoli la parola d'ordine dell'insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana »

     

    9/27/2009

    LA VITA SU DI UN FILO

    vabbuò è il mio idolo del momento.
     
    Autodidatta, ribelle, arrestato più di 500 volte, artista, scrittore, FUNAMBOLO.
     
    E le sue "passeggiate" come quella tra le due torri di Notre Dame de Paris, la traversata sulle cascate del Niagara, oppure la camminata di 800 metri su di una corda tesa sino al secondo piano della Tour Eiffel, o ancora la famosa impresa del 7 agosto 1974 tra le Twin Towers.
     
                       
     
      
    9/14/2009

    IL SOFFRITTO

    SOFFRITTO DI MAIALE
     
    Ingredienti:
    Soffritto di maiale (ossia: polmone, trachea, cuore e milza);
    concentrato di pomodoro;
    conserva di pomodoro;
    olio,
    sugna;
    peperoncino forte;
    foglia di lauro,
    rosmarino,
    sale.

    Lavate bene il soffritto, tagliatelo a piccoli pezzi e tenetelo per un paio d'ore in acqua fresca che cambierete di tanto in tanto fino a quando non apparirà più arrossata di sangue.
    Sgocciolate allora e asciugate accuratamente tutti i pezzi di carne.
    In una pentola capace e larga di fondo, fate riscaldare la sugna e l'olio e poi aggiungetevi il soffritto che farete rosolare a fuoco vivace.
    Essiccato il liquido e rosolata la carne aggiungete la conserva diluita con un pò d'acqua, il lauro, il rosmarino, il peperoncino e il sale.
    Diminuite la fiamma, lasciate cuocere per 4 o 5 minuti e, infine, versatevi un pò d'acqua. La cottura deve durare un paio d'ore.
    Il sugo non deve essere troppo denso e quindi, aggiungere se troppo denso, altra acqua.
    Preparate molte fettine di pane biscottato al forno; porre le fette due o tre in ogni piatto e ricoprirle con il soffritto ed il sugo.
     
     
     

     
    9/11/2009

    DAL VERNACOLIERE

     

     Sorpreso dar buio ‘n mezzo alla ‘ampagna, un frate viene ospitato da un contadino che però ‘un cià artro posto e lo mette a dormì nella stanza della su’ figliola, una ragazzona di vent’anni.

    Verzo mezzanotte però lei principia a smanià, guarda ‘r frate tutta supprievole e ni fa:
    - Ovvìa, padre, me lo metta fra le puppe!
     
    - Ma sei matta, figliola?! Io sono un religioso, certe ‘ose ‘un le posso mia fa’! Dormi, dormi!
     
    - Ma come fo a dormì, padre?! … Me lo faccia perpiacere, me lo metta magari ‘n bocca!
     
    - Ah, ma allora te ‘un vòi capì! Ma ‘un ti dice propio nulla la mi’ veste? Un po’ di rispetto, via!... Ecco, brava, bona così!
     
    Passa cinque menuti, e riecco lei:
    - Padre, ‘un ne posso più, me lo ‘nfili fra le gambe!
     
    - T’ho detto no, ‘un te lo posso mette’ nemmeno lì!

     
     
    - Senta, padre, me lo ficchi ‘ndove ni pare, ma me lo levi dar culo perché ‘un lo resisto più!
     
    Mezzaluna addormentata
     
    9/6/2009

    CHI DISSE

     
    Primo giorno di scuola, in una scuola Americana, la maestra presenta alla classe un nuovo compagno arrivato in USA da pochi giorni: Sakiro Suzuki (figlio di un alto dirigente della Sony).

    Inizia la lezione e la maestra dice alla classe: "Adesso facciamo una prova di cultura. Vediamo se conoscete bene la storia americana. Chi disse: "Datemi la liberta o datemi la morte"? La classe tace, ma Suzuki alza la mano. "Davvero lo sai, Suzuki? Allora dillo tu ai tuoi compagni!"

    "Fu Patrick Henry nel 1775 a Philadelphia!"

    "Molto bene, bravo Suzuki!"

    "E chi disse: Il governo è il popolo, il popolo non deve scomparire nel nulla ?"

    Di nuovo Suzuki in piedi: "Abraham Lincoln nel 1863 a Washington!"

    La maestra stupita allora si rivolge alla classe: "Ragazzi, vergognatevi, Suzuki è giapponese, è appena arrivato nel nostro paese e conosce meglio la nostra storia di voi che ci siete nati!"

    Si sente una voce bassa bassa: "Vaffanculo a ’sti bastardi giapponesi!!!"

    "Chi l’ha detto?" chiede indispettita la maestra.

    Suzuki alza la mano e, senza attendere, risponde: "Il generale Mac Arthur nel 1942 presso il Canale di Panama e Lee Iacocca nel 1982 alla riunione del Consiglio di Amministrazione della General Motors a Detroit."

    La classe ammutolisce, ma si sente una voce dal fondo dire: "Mi viene da vomitare!"

    "Voglio sapere chi è stato a dire questo!!" urla la maestra.

    Suzuki risponde al volo: "George Bush Senior rivolgendosi al Primo ministro Giapponese Tanaka durante il pranzo in suo onore nella residenza imperiale a Tokyo nel 1991."

    Uno dei ragazzi allora si alza ed esclama scazzato: "Succhiamelo!"

    "Adesso basta! Chi è stato a dire questo?" urla inviperita la maestra.

    Suzuki risponde impeterrito:
    "Bill Clinton a Monica Lewinsky nel 1997, a Washington, nello studio ovale della Casa Bianca."

    Un altro ragazzo si alza e urla: "Suzuki del cazzo!"

    "Valentino Rossi rivolgendosi a Ryo al Gran Premio del Sudafrica nel Febbraio 2005."

    La classe esplode in urla di isteria, la maestra sviene.

    Si spalanca la porta ed entra il preside: "Cazzo, non ho mai visto un casino simile!"

    "Silvio Berlusconi, luglio 2008, nella sua villa Certosa in Sardegna."

     

    A bocca aperta


    9/4/2009

    QUANDO SI DICE....

     

    8/29/2009

    CURRE CURRE GUAGLIO

     
    E' DEI 99 POSSE LA PIU' BELLA CANZONE IN DIALETTO

    ROMA - E' 'Curre Curre Guaglio'' dei napoletani 99 Posse la più bella canzone indipendente in dialetto degli ultimi 20 anni: a far vincere il brano del '93 arrivato al successo come colonna sonora del film Sud di Gabriele Salvatores, un sondaggio del Mei (il Meeting etichette indipendenti), vicino ad un tema d'attualità come quello dell'uso dei dialetti.

    Dopo i 99 Posse, che torneranno insieme il prossimo 12 settembre a Napoli a sette anni dalla separazione, nella preferenze degli iscritti alla newsletter del Mei (operatori, artisti e appassionati di discografia indipendente), trovano posto anche Pin Floi dei veneti Pitura Freska, a seguire i Mau Mau con Soma la macia.

    Al quarto posto della classifica il lombardo Davide Van De Sfroos con la sua 40 pass, poi Ustmamò, cantanta dagli emiliani omonimi Ustmamò. Ma ci sono anche i salentini Sud Sound System con Fuecu, i Radiofiera con Piova, Va Gina di Charlie Cinelli, rock in dialetto bresciano, Santa Marta degli Ska-J e Mokaska dei siciliani Kunsertu.

    Fuori gara, meritano - secondo il Mei - di essere citati brani che non sono potuti entrare in classifica sia per il periodo in cui sono stati realizzati, sia perché prodotti da multinazionali: come Creuza de ma di Fabrizio De André; Socmel di Andrea Mingardi; J'so pazzo di Pino Daniele, Stranizzi d'amuri di Franco Battiato fino all'indimenticabile Enzo Jannacci e la sua El purtava i scarp del tennis.

     

     

    "Pecché primma mettite ’e bombe e po’ ’o vulite a me
    e me mettite ’e mane ’ncuollo si ve chied’ ’o pecché
    mammà ’e guardie a casa s’avette ’a veré
    e nu spazio popolare nun è buono pecché
    pecché è controculturale o magari pecché
    rompe ’o cazz’ a troppa gente si ma allora pecché
    tu me può rompere ’o cazzo e no i’ pure a tte
    me se ’ntosta ’a nervatura e ’o saccio buono pecché
    pecché me so’ rutt’ ’o cazzo pure sulo ’e te veré
    figurammece a sentì’ che tiene ’a ricere a me
    strunzate ’e quarant’anne ’e potere pecché
    pecché ’a gente tene famme e se fa strunzià’ ’a te
    e tu me manne ’o celerino ca me sgombera a me
    ma nun basta ’o manganiello mo’ t’ ’o dico oi né
    pecché nun me faje cchiù male aggio ’mparato a caré’ "

    8/28/2009

    VIDEOCRAZIA

     
     
     
    7/30/2009

    FORSE

     
    Forse era un pedofilo,
    forse era uno pscicopatico,
    forse era uno sfruttato,
    forse era solo un artista,
    forse era un uomo solo....
     
    Non mi voglio esprimere
     
     
     
    però questo è un gran bel pezzo
     
     
     
     
    Michael Jackson - Come Together (Beatles cover)
     
     
     
     
     
     
     
     
    7/29/2009

    IN ACQUA

     
     
    7/27/2009

    SIMON'S CAT - CAT MAN DO

     

    NON PRENDETE A SCHIAFFI IL VOSTRO MONITOR

    Appartenente all’ordine dei ditteri, genere Aedes e specie albopictus, la Zanzara Tigre, arrivata in Italia più di un decennio fa dal Sudest asiatico, è ormai ben adattata ai nostri ambienti. E’ quindi a tutti gli effetti una zanzara italianizzata.

    Dal punto di vista dell’aspetto, Aedes si distingue molto bene dalla zanzara comune per la livrea “tigrata”. L’adulto di Zanzara Tigre, infatti, ha un corpo nero con striature bianche su capo, torace addome e zampe. Le sue dimensioni sono comprese tra i 4 e i 10 mm.

    Il ciclo vitale della Zanzara Tigre comprende 4 stadi: uovo, larva, pupa e adulto. Le uova sono nere e lunghe circa mezzo millimetro. Le larve, che crescono e si sviluppano in acqua, sono disposte in un’unica fila a pelo dell’acqua, e sono caratterizzata da una grossa spina centrale. L’adulto, infine, vive sulla terra ferma.

    DA DOVE PROVIENE

    La Zanzara Tigre ha origine nel Sudest asiatico. Nella seconda metà del ‘900 si è diffusa in numerosi paesi dell’Africa, in 25 stati degli USA, nel Sudamerica, in Australia e nelle isole del Pacifico. In Europa è stata avvistata per la prima volta in Albania nel 1988. I primi avvistamenti in Italia risalgono a metà anni ’90, associati a depositi di pneumatici usati importati e scaricati al porto di Genova. Oggi è diffusa su gran parte del territorio nazionale. E’ presente anche in Francia, Spagna, Svizzera, Belgio, Montenegro e in Israele.

    La presenza di “siti a rischio”, come appunto gli pneumatici usati e altri contenitori dove ristagnano anche piccole quantità di acqua, ha consentito la creazione di “aree primarie di colonizzazione” dalle quali è iniziato l’insediamento del territorio circostante.

    In Emilia-Romagna, è bastato poco più di un decennio perché Ae. albopictus infestasse tutte le città capoluogo e la maggior parte dei comuni di pianura e bassa collina di ogni provincia. Attualmente la diffusione in nuove località avviene in gran parte per trasferimento passivo tramite il traffico veicolare.


    ABITUDINI

    Particolarmente aggressiva, la Zanzara Tigre è attiva anche in pieno giorno. Nonostante possa pungere anche uccelli, rettili e perfino anfibi, la femmina di Ae. albopictus attacca preferibilmente l’uomo procurando pomfi e irritazioni fastidiose. Dato che non vola molto in alto, tende a pungere soprattutto le gambe degli esseri umani.

    Gli adulti di Zanzara Tigre generalmente preferiscono spazi aperti, al riparo negli ambienti freschi e ombreggiati e trovano quindi rifugio soprattutto tra l’erba alta, le siepi e gli arbusti. Tuttavia, negli ultimi anni sono stati segnalati abbondantemente anche in zone assolate come i parcheggi dei supermercati o nelle aree industriali, dove ci sono pochi alberi.

    Tradizionalmente, si riteneva che la Zanzara Tigre non si spostasse più di poche decine di metri. Studi recenti svolti in Emilia-Romagna dimostrano al contrario che è capace di effettuare spostamenti anche di centinaia di metri, avvicinandosi al chilometro.


    IL CICLO DELLA ZANZARA TIGRE

    La femmina di Aedes, responsabile delle punture all’uomo, può compiere diversi pasti di sangue a distanza di 3-5 giorni uno dall’altro e in condizioni ottimali (ad esempio in laboratorio) può vivere anche più di 40 giorni.

    A partire da circa 60 ore dopo il pasto di sangue le femmine depongono tra le 40 e le 80 uova, disponendole singolarmente appena sopra il livello dell’acqua. In laboratorio si è visto che ogni femmina è in grado di deporre le uova anche per 7 cicli consecutivi, per un totale di 350-450 uova per individuo in una stagione.

    Grazie a raffinati meccanismi bio-fisiologici, le uova di Zanzara Tigre possono sopravvivere in forma quiescente anche durante il freddo invernale e i periodi di siccità. Una umidità del 60-70% e temperature di 25°C sono sufficienti a far sopravvivere circa un quarto delle uova deposte per 4 mesi. Addirittura, le uova si sono dimostrate capaci di sopravvivere a -10°C per 24 ore!

    Basta però che le uova siano sommerse anche in una minima quantità d’acqua per un’ora, a temperature miti, per schiudersi. Se l’immersione si prolunga per almeno 7 giorni, il ciclo adulto della zanzara riparte. In primavera e autunno, dalla deposizione delle uova fino allo sfarfallamento dell’adulto passano in media 15-20 giorni, mentre in piena estate questo periodo si accorcia a soli 6-8 giorni. 

    La puntura e i rimedi fai-da-te

    L'ultimo problema rimane la puntura di zanzara. Se i tentativi di prevenzione sono falliti e siamo stati punti occorre non fare più danni di quelli che vogliamo eliminare. Infatti, nel tentativo di spegnere quel fastidioso gonfiore e prurito, spesso ricorriamo al rimedio fai-da-te come applicare ammoniaca o frizionare il limone. Il primo rimedio di solito ustiona la pelle e il secondo rende la pelle fotosensibile per cui poi ci scottiamo al sole.

     

    Aeroplano

     
    7/17/2009

    SMIGNOTTARE E' GIUSTO

    Il "Manuale delle Giovani Mignotte"



    Sfruttare le proprie armi di seduzione per ottenere qualcosa non solo non è sbagliato ma è buono e giusto. A sostenerlo (con tanto di suggerimenti) è Debora Ferretti, l'autrice




    Smignottare è etico, legittimo, addirittura doveroso. Questo, in sintesi, il pensiero dell'autrice del Manuale delle Giovani Mignotte (MGM, da ora in poi, aliberticastelvecchi editore). Debora Ferretti è "favorevole alla seduzione come mezzo per arrivare dove si vuole arrivare". Qualche esempio? "Un'elegante fuoriserie con cui sfrecciare verso la villa in Costa Azzurra, un mese di affitto, un mazzo di gardenie, un uomo per tutta la vita, un etto di prosciutto o un posto in Parlamento". Questo libro è una sorta di guida(così almeno viene presentato) per quelle che ancora non sanno di essere "sedute su una fortuna", come recita il sottotitolo. Ma anche un'assoluzione nero su bianco per chi ha già sfruttato quello che la natura le ha dato in dote.

    Quindi ho capito bene: smignottare è cosa buona e giusta?
    Mi preme dire che questo libro è estremamente contestualizzato. Nel 2009, in Italia, è un dato di fatto che il tessuto morale si sia molto allentato. Le tanto criticate Veline e Noemi varie fanno parte di un circuito. Che poi è lo stesso a cui apparteniamo noi. I costumi vanno certamente rivisti ed elevati ma non bisogna aspettarsi che questo rinnovamento parta da loro.

    Nessuna perplessità nella scelta del titolo "poco presentabile"?
    Mi sono lanciata andare anche perché un libro è un fatto collettivo. C'è un autore che scrive ma ci sono anche una casa editrice e un direttore editoriale. Il titolo ovviamente è una parafrasi del Manuale delle Giovani Marmotte. Viviamo in un'epoca in cui i costumi sono molto licenziosi. È vero che "mignotta" è ancora un termine molto forte ma l'accoglienza è stata buonissima. Anche al Festival del libro di Torino.

    Com'è arrivata l'ispirazione decisiva?
    Il libro nasce dall'osservazione delle dinamiche tra uomini e donne e tra donne e donne, dalla lettura dei titoli dei giornali, dall'osservazione delle trasmissioni televisive. Viviamo in un'epoca che, nello stesso momento, mercifica la femminilità e la assurge a protagonista assoluta. Anche per pubblicizzare una colla fai vedere un seno o una natica.

    Tutti i manuali hanno per definizione uno scopo. Qual era il tuo?
    Aiutare le donne a fare bandiera della propria femminilità senza impicci morali o falsa etica. Lo sappiamo benissimo che, avvenenti o meno, le donne riescono a ottenere qualcosa con un battito di ciglia, un accavallamento di gambe, un ammiccamento e uno sguardo. Fa parte delle dinamiche tra sociali, delle leggi del marketing. Eppure continuiamo a farcene specie. Io l'ho semplicemente messo nero su bianco.

    Qualche regoletta in pillole...
    C'è un ottalogo. Lo cito a memoria, "Smignottare è giusto, morale, liberatorio, doveroso, intelligente, è l'antitodo ai rimpianti, divertente, godurioso". E poi una cosa fondamentale sull'immagine: essere mignotta non significa per forza sembrarlo. La donna superaccessoriata abbronzata già a gennaio non necessariamente è più disponibile della signorina molto bon ton.

    In tutto questo gli uomini come sono messi?
    Ci riflettevo qualche giorno fa con una mia amica. Sappiamo, da femmine, che se la tua auto resta in panne c'è sempre un meccanico improvvisato che si offre di aiutarti. Se il tuo gattino finisce sul tetto c'è il vicino di casa disposto ad andarlo a recuperare. Se vuoi avere il panino più farcito, basta ammiccare. È una questione genetica: l'uomo per ottenere la nostra attenzione e i nostri servigi deve in qualche modo e, in senso molto lato, pagare.
    È un dare e avere.

    Quindi non si scappa. Ogni donna, bella o brutta, è un po' mignotta?
    Esatto. Io mi guardo intorno e ho continuamente conferma che, geneticamente, la donna è mignotta e l'uomo è predisposto a subire la fascinazione femminile. E tutto questo prescinde dall'aspetto fisico. Anche una donna che non è una miss può ottenere quello che si mette in testa. Al di là delle gambe, del seno, dei fianchi e delle pelle la mignotteria è intelligenza.

    Per scrivere un manuale bisogna essere un'espertona della materia. La tua mignotteria dove ti ha portato?
    Mi fai una domanda di una crudeltà estrema. Non mi voglio certo affrancare dalla categoria, io utilizzo la mia femminità come e quando posso. Diciamo che faccio le cose che mi piace fare nella vita e penso che questo sia già un privilegio.

    Fonte:
    http://donna.libero.it/lifestyle/manuale-delle-giovani-mignotte-smignottare-ne1980.phtml

    IL VENERDI' DEL VILLAGGIO

    Chi non conosce il Mojito alzi la mano…eh eh lo sapevo…lo conoscono tutti…bravi bravi…e in effetti è proprio così, il Mojito è uno dei cocktail più famosi al mondo, ma in questo caso non possiamo parlare di moda, ma di gusto ed il Mojito ne ha da vendere e in questo post vedremo insieme come si prepara questo gustoso cocktail cubano.

    Il Mojito nasce sull’isola cubana molti anni fa e l’origine precisa non si conosce, ma si pensa che sia stato inventato all’interno del famoso locale dell’Habana “La Bodeguita del Medio” dove lo scrittore Ernest Hemingway era solito a presentarsi per bere.


    Il Mojito originale non è mai troppo alcolico poichè i cubani veri amano berlo dal mattino alla sera e il caldo estivo non permette loro di ubriacarsi. Il cocktail quindi è più che altro una bevanda dissetante creata con ingredienti autoctoni e semplici. Vediamo insieme come si prepara.

    Innanzitutto procuratevi un lime, dello zucchero di canna raffinato (quindi bianco), acqua gassata, rum bianco e naturalmente la hierba buena che possiamo tranquillamente sostituire con della menta fresca e dolce considerato che la hierba buena cresce solamente a Cuba.

    In un bicchiere tumbler alto posizionate le vostre foglie di menta (in genere 10/12 foglie), spremetegli sopra il lime e aggiungete due cucchiaini da cappuccino di zucchero di canna bianco, con un pestello esercitate una leggerissima pressione in modo da amalgamare il tutto stando attenti a non lacerare le foglie di menta (la lacerazione della menta porta la fuoriuscita di oli leggermente forti e in questo modo il cocktail si trasformerebbe in un julep), riempite il bicchiere con del ghiaccio spezzato (non tritato) e a questo punto potete aggiungere il rum bianco in una dose che va dai 4 cl ai 7 cl a seconda dei gusti per poi completare il tutto con la soda o acqua gassata.

    Mentre adagerete la cannuccia, mescolate leggermente il vostro cocktail stando attenti a non sgasare la soda. Come decorazione potete aggiungere sul ghiaccio una fetta di lime e una cima di menta. Il vostro Mojito è pronto per essere bevuto.

    Una curiosità: il ghiaccio è spezzato poichè ancora oggi molti locali cubani usano tenere un gigantesco blocco di ghiaccio vicino al bancone che viene spezzettato con un rompi ghiaccio stile Basic Instint.

     

    7/15/2009

    GIOCHI PERICOLOSI

     
     
     
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