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    2/2/2009

    PEANUTS 3

     
     
          
     
    11/29/2008

    'O PIRETO

    Chiammàteme nu chiàveco,
    chiammàteme fetente;
    ma si faccio nu pireto
    ne godo overamente.

    Si magno pasta e ccicere,
    nzieme cu dduie fasule,
    è nu piacere a ssèntere
    comme scrurreggia 'o culo.

    Sarrà nu brutto vizio;
    ma chi è ca nun 'o tene?
    Anze, è 'o cchiù fesso 'e ll'uommene
    chillo ca s' 'o mantene.

    Ve sfido a contraddirmelo
    ca, si nun fa rummore,
    ve fa piacere 'e sèntere
    'o ppucurillo 'addore.

    E tutte quante, in genere,
    ne fanno grande abuso;
    sulo 'e signure nobbele
    s'appilano 'o pertuse.

    Si uno, per esempio,
    tene delure 'e panza,
    facenne quatto pérete
    fernesce ogne lagnanza.

    Appena 'o culo scàrreca
    te passa tutt''o mmale,
    e puose cu nu pireto
    'o piso 'e nu quintale.

    Si chesto nun succede,
    'a panza cchiù s'abboffa
    e fai na puzza seria:
    se scàrreca na loffa.

    Percio' , chi affoca 'o pireto
    è proprio 'o rre d''e fesse,
    perché 'a puzza, è logico,
    se sente sempe 'o stesso.

    E vizio ereditario
    ca tengo da guaglione;
    papà faceva 'o pireto
    chiù forte 'e nu cannone.

    V''o ggiuro, nun esàggero,
    ca na vota, cacanno,
    papà schiattaje nu càntero
    e s'abbuccaje nu scanno.

    E me diceva: E' inutile,
    'o pireto vo' 'o sfoco:
    'a puzza è chiù terribbele
    si 'o caccie a poco a poco.

    Te ponno pure dicere
    ch'è pireto malato,
    ch'è ghiuto int''a milizia
    e ll'hanno rifurmato.

    Ma quando tu lle scàrreche
    nu pirete che vale
    allora lle puo' dicere:
    "Chisto è nu generale"
     
    (Ferdinando Russo)
    10/30/2008

    LA POLEMICA DI PASOLINI

    ...Avete facce di figli di papà.
    Buona razza non mente.
    Avete lo stesso occhio cattivo.
    Siete paurosi, incerti, disperati
    (benissimo) ma sapete anche come essere
    prepotenti, ricattatori e sicuri:
    prerogative piccolo borghesi, amici.
    Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
    coi poliziotti,
    io simpatizzavo coi poliziotti!
    Perché i poliziotti sono figli di poveri.
    ...
    (Pier Paolo Pasolini)
    10/9/2008

    LA PICCOLA FIAMMIFERAIA

    C'era un freddo terribile, nevicava e cominciava a diventare buio; e era la sera dell'ultimo dell'anno. Nel buio e nel freddo una povera bambina, scalza e a capo scoperto, camminava per la strada; aveva le ciabatte quando era uscita da casa, ma a che cosa le sarebbero servite? erano troppo grandi per lei, tanto grandi che negli ultimi tempi le aveva usate la mamma. E ora la piccola le aveva perdute subito, quando due carri che passavano a forte velocità l'avevano costretta a attraversare la strada di corsa. Una ciabatta non riuscì più a ritrovarla, e l'altra se la prese un ragazzo, dicendo che l'avrebbe usata come culla quando avesse avuto dei figli.
    Ora la bambina camminava scalza, e i suoi piedini nudi erano viola per il freddo; in un vecchio grembiule aveva una gran quantità di fiammiferi e ne teneva un mazzetto in mano. Per tutto il giorno non era riuscita a vendere nulla e nessuno le aveva dato neppure una monetina; era lì affamata e infreddolita, e tanto avvilita, poverina!
    I fiocchi di neve si posavano tra i suoi lunghi capelli dorati, che si arricciavano graziosamente sul collo, ma lei a questo non pensava davvero. Le luci brillavano dietro ogni finestra e per la strada si spandeva un delizioso profumino di oca arrosto: era la sera dell'ultimo dell'anno, e proprio a questo lei pensava.
    A un angolo della strada formato da due case, una più sporgente dell'altra, sedette e si rannicchiò, tirando a sé le gambette, ma aveva ancora più freddo e non osava tornare a casa. Temeva che suo padre l'avrebbe picchiata, perché non aveva venduto nessun fiammifero e non aveva neppure un soldo.
    E poi faceva così freddo anche a casa! Avevano solo il tetto sopra di loro e il vento penetrava tra le fessure, anche se avevano cercato di chiuderle con paglia e stracci.
    Le manine si erano quasi congelate per il freddo. Ah! forse un fiammifero sarebbe servito a qualcosa. Doveva solo sfilarne uno dal mazzetto e sfregarlo contro il muro per scaldarsi un po' le dita.
    Ne prese uno, e "ritsch", contro il muro. Come scintillava! come ardeva! era una fiamma calda e chiara e sembrava una piccola candela quando lo circondava con le manine. Che strana luce! La bambina credette di trovarsi seduta davanti a una stufa con i pomelli d'ottone, e il fuoco bruciava e scaldava così bene! No, che succede? stava già allungando i piedini per scaldare un po' anche quelli, quando la fiamma scomparve. E con la fiamma anche la stufa.
    E si ritrovò seduta per terra, con un pezzetto di fiammifero bruciato tra le mani.
    Subito ne sfregò un altro, che illuminò il muro rendendolo trasparente come un velo. Così poté vedere nella stanza una bella tavola imbandita, con una tovaglia bianca e vasellame di porcellana e un'oca arrosto fumante, ripiena di prugne e di mele! All'improvviso l'oca saltò giù dal vassoio e si trascinò sul pavimento, già con la forchetta e il coltello infilzati nel dorso, proprio verso la bambina: ma in quell'istante il fiammifero si spense e davanti alla bambina rimase solo il muro freddo. Allora ne accese un altro. E si trovò ai piedi del più bello degli alberi di Natale. Era ancora più grande e più decorato di quello che aveva visto l'anno prima attraverso la vetrina del ricco droghiere; migliaia di candele ardevano sui rami verdi e figure variopinte pendevano dall'albero, proprio come quelle che decoravano le vetrine dei negozi.
    Sembrava guardassero verso di lei. La bambina sollevò le manine per salutarle, ma il fiammifero si spense. Le innumerevoli candele dell'albero di Natale salirono sempre più in alto, fino a diventare le chiare stelle del cielo; poi una di loro cadde, formando nel buio della notte una lunga striscia di fuoco. « Ora muore qualcuno! » disse la bambina, perché la sua vecchia nonna, l'unica che era stata buona con lei, ma che ora era morta, le aveva detto: « Quando cade una stella, allora un anima va al Signore ».
    Accese un altro fiammifero che illuminò tutt'intorno, e in quel chiarore la bambina vide la nonna, lucente e dolce!
    « Nonna! » gridò « oh, prendimi con te! So che tu scomparirai quando il fiammifero si spegne, scomparirai come è scomparsa la stufa, l'oca arrosto, l'albero di Natale! »
    E accese tutti gli altri fiammiferi che aveva nel mazzetto, perché voleva mantenere la visione della nonna; e i fiammiferi arsero con un tale splendore che era più chiaro che di giorno.
    La nonna non era mai stata così bella, così grande. Trasse a sé la bambina e la tenne in braccio, insieme si innalzarono sempre più nel chiarore e nella gioia. Ora non c'era più né freddo, né fame, né paura: si trovavano presso Dio.
    La bambina venne trovata il mattino dopo in quell'angolo della strada, con le guance rosse e il sorriso sulle labbra. Era morta, morta di freddo l'ultima sera del vecchio anno. L'anno nuovo avanzava sul suo piccolo corpicino, circondato dai fiammiferi mezzo bruciacchiati.
    « Ha voluto scaldarsi » commentò qualcuno, ma nessuno poteva sapere le belle cose che lei aveva visto, né in quale chiarore era entrata con la sua vecchia nonna, nella gioia dell'Anno Nuovo!

    (Hans Christian Andersen, 1928)

    10/8/2008

    I VIDEOGAMES

    I videogames non influenzano i bambini: infatti
    se da piccoli fossimo stati plagiati da Pac-Man,
    adesso passeremmo il nostro tempo in ambienti
    semibui, mangiando pillole magiche ed ascoltando
    della musica elettronica ripetitiva.

    -- Kristian Wilson, Nintendo Inc, 1989
    7/31/2008

    LISA & CÉCILE

    Risveglio

    Roma. L’alba con la sua luce penetra nella stanza colpendo i miei occhi come uno schiaffo. L’odore dei cibi fritti che arriva dal ristorante sotto l’albergo s’insinua nelle mie narici disgustandomi.
    Mi sveglio. Guardo l’uomo sdraiato accanto a me e il mio disgusto aumenta. Dorme, e sul viso ha il sorriso appagato di chi ha soddisfatto le sue voglie più nascoste. Esamino attentamente la sua nudità: non è bello. Piccolo di statura, calvo, il suo leggero soprappeso non gli permette certo di mostrare muscoli definiti, direi banale, uno dei tanti uomini a cui ho donato il mio corpo con l’intento di regalargli la felicità, momenti indimenticabili di indicibile passione che porterà dentro per tutta la vita.
    Io l’ho già dimenticato.

    Lisa

    Una farfalla con grandi ali d’aquila, una pantera con un cuore di cristallo: questa sono io, Lisa. È così che mi chiamano, così che mi presento, ma il mio vero nome è Maddalena: un marchio, un peccato che chi ha questo nome porta da duemila anni.
    Non sono alta, ma ho un corpo sensuale e sinuoso che attira gli sguardi avidi degli uomini che si insinuano nel mio ventre ogni volta. Seni rotondi, natiche morbide, fianchi arrotondati, vita sottile. I miei occhi color nocciola sono profondi e penetranti, incorniciati da sopracciglia arcuate che mi donano uno sguardo altezzoso.
    Ho imparato a dischiudere in modo malizioso la bocca, piccola e imbronciata, e i miei capelli biondi sono volutamente sempre un po’ spettinati per avere un’aria sensuale e distratta nello stesso tempo.
    Sono invitante. In me il connubio tra sessualità e spiritualità è elevato all’ennesima potenza. L’odore del sesso di un uomo mi eccita come l’odore pungente e penetrante dell’incenso di una chiesa. Il mio rapporto con Dio è puro, caldo diretto. Il mio rapporto con gli uomini è freddo, devastante, complicato. Li trovo insicuri, facili da soggiogare, con una mentalità semplice priva di sfaccettature, invasivi, legati al loro pene come al cordone ombelicale delle loro madri.
    Dono a loro il mio corpo quasi fosse una missione, spero di renderli migliori, ma guardando i loro occhi inermi dopo ogni orgasmo, ormai privi di difesa come sacchi svuotati, mi rendo conto come questo sia inutile, come loro siano inutili.
    Ho conosciuto il mondo degli uomini quando a sei anni sono stata la bambola di un mio zio, così mi aveva detto: una bambola da pettinare, spogliare, toccare. Ricordo ancora le sue mani sul mio corpo delicato di bambina: aride, senza tenerezza, le sue dita che scavavano nelle mie intimità, il suo alito che sapeva di fumo e di alcool. Ne avevo paura, ma il piacere sottile e ancora incomprensibile per me che mi procurava mi teneva lì, ferma, in silenzio. Non sono mai riuscita ad odiarlo, lo disprezzo.
    Il mio destino è stato così segnato: adescare un uomo con uno sguardo, soddisfare le sue voglie, mi riporta ogni volta a quell’antico piacere, a quel disprezzo che mi fa sentire pura.
    Dirigo un negozio d’abbigliamento maschile con una mia amica in via Borgognona. Lei, Cécile, divide con me tutto: gioie, dolori, segreti, amore, sesso.
    Abitiamo insieme in un piccolo attico arredato con gusto, che rispecchia le nostre personalità e trasuda calore umano da ogni parete.
    È una donna molto bella: meravigliosi lunghi capelli neri le incorniciano il volto che colpisce per il suo pallore lunare e per gli occhi scuri, vivi attenti che le donano un aspetto gitano. Il suo nome lascia trasparire le sue lontane origini francesi.
    I nostri interessi e i nostri gusti sono diversi e ci portano ad avere vite separate che spesso si intrecciano fra loro. Lei si esalta attraverso il teatro che le permette di vivere ruoli ed esperienze diverse facendola sentire libera di esprimere passione e fantasia.
    Io amo la danza: il tango. Ogni sua nota si propaga in me come un’onda, che cresce fino a travolgermi; mi entra nella testa, tra le gambe, nel sangue fino a farmi diventare musica, fino a quando io, divento tango.
    Siamo in perfetta sintonia.

    Cécile

    Condividere l’appartamento con la mia amica Lisa, per me è stato il cambiamento più importante: non conosco più la solitudine. Secondo lei la gioia è il requisito essenziale per affrontare gli avvenimenti della vita.
    Abbiamo due caratteri diversi che si amalgamano con facilità, che si compensano l’uno con l’altro. La sua personalità forte ed irruente entra come un vortice nelle anime che incontra.
    Ora le nostre energie e i nostri percorsi si sono uniti e affrontiamo insieme la quotidianità nei suoi vari aspetti… sensazioni, emozioni, umori, e quant’altro è possibile respirare…
    So di essere tendenzialmente introversa, ma con forti linee di egocentrismo quando il mio bisogno di apparire può essere soddisfatto… Mi nascondo per farmi scoprire. E ne traggo un piacere intenso.
    La cosa che più ammiro nella mia amica è la sua generosità d’animo, quasi non avesse mai paura di essere ferita. Mentre io sono sempre così parsimoniosa nel donare e donarmi…
    Il mio “distacco” è solo una difesa, un limite che impongo a me stessa per gestire al meglio le emozioni. A mitigare questo atteggiamento è stata la mia inesauribile curiosità, che mi ha portata ad interessarmi in modo particolare al Sesso…
    Attraverso di esso, ho imparato a conoscere e a conoscermi, ad apprezzarmi sempre più, dentro e fuori i miei confini corporali, liberandomi da preconcetti, mettendomi in gioco, aprendomi ad esperienze nuove ed eccitanti e garantendomi così un equilibrio nel fluttuare inquieto delle emozioni … È di questo che mi nutro…
    Dubito della capacità umana di essere in armonia con la propria natura e sono intollerante verso le donne tanto quanto verso gli uomini, ad eccezione di una mia cerchia di eletti; che scelgo solo dopo attento esame e prove.
    Svelo una sensualità non appariscente ma sobria, celata nell’intimo, capace ad un tratto di erompere con forza e mostrarsi al momento opportuno. Tempo ed energie dosate per dare il meglio al momento propizio.
    Modellata in un corpo magro dalle forme nervose, i seni abbondanti in contrasto con la magrezza del ventre, gambe slanciate e toniche, un volto dai tratti marcati ed espressivi: occhi scuri che sanno penetrare nei più piccoli particolari ed un sorriso semplice e ingenuo che ridimensiona la mia apparente rigidità.
    Sento di essere come magma che ribolle nelle viscere della terra.
    Io così ctonia… la mia amica così eterea… terra e aria che si incontrano sull’orizzonte della vita.


    Claudio

    A volte decidiamo di punire un uomo e con lui il genere maschile. L’ultima volta è toccato a Claudio.
    Lo invitiamo a cena: musica, vino, conversazione piacevole, Cécile si alza e, quasi per caso, tra una risata e l’altra, mi bacia distrattamente sulle labbra.
    Si avverte immediatamente un cambio di tensione nell’aria; lo sguardo di Claudio è imbarazzato e compiaciuto, tenta di mantenere viva la conversazione, ma noi due iniziamo ad accarezzarci inginocchiate davanti a lui.
    La bacio sul collo, la guardo dolcemente negli occhi, le nostre lingue si toccano lasciandosi vedere, i nostri corpi ormai nudi si sfiorano. Claudio freme, voglioso, ammutolito, desideroso di partecipare, ma incapace di interrompere uno spettacolo che eccita la sua mente. Le bacio i capezzoli turgidi e rosa, li mordo delicatamente, poi scendo con la mia lingua sul suo ventre, tra le sue gambe, lei si sdraia mollemente sul pavimento divaricandole ed io inizio a leccarla lentamente inebriandomi dei suoi umori.
    Claudio si sta toccando ormai, eccitato, sudato e consapevole che a lui non è permesso intervenire. Il suo membro è ormai tanto gonfio che sembra dover esplodere.
    Lo stringe tra le mani quasi a voler contenere il piacere, ma inizia a muoverle prima ritmicamente, poi freneticamente fino a quando i nostri gemiti e il nostro orgasmo lo inondano facendogli perdere il controllo.
    Gode, ansimando ed emettendo un suono gutturale che esprime il suo piacere, ma anche l’insoddisfazione di non poter aver avuto i nostri corpi. Ci rivestiamo, lo aiutiamo con fermezza a ricomporsi e lo accompagniamo alla porta, lasciandolo inebetito.
    Queste siamo noi: due menti, due sessualità diverse che si fondono.

    Pittore e modella

    È un tiepido pomeriggio di inizio primavera. Reminescenze di odori conosciuti ritornano impetuosi alle narici. Ogni profumo mi riporta ad emozioni e sensazioni provate in passato. Ricordi apparentemente dimenticati. Tutto questo mi fa pensare al tempo che passa e questo pensiero mi angoscia. Per scacciare questa punta di malinconia mi immergo nel frastuono della capitale, nel cuore segreto della città che convive indolente con i il peso della sua gloria passata.
    Mi districo in un labirinto di vicoli, per arrivare in via dei Coronari, la strada degli antiquari, e ritrovarmi improvvisamente sbalzata nella scenografia a cielo aperto di Piazza Navona. Mentre l’attraverso rievoco mentalmente le bizzarrie di un passato lontano. Una volta era circondata da osterie e bordelli dove le prostitute di lusso irretivano i clienti esponendo dipinti sui quali spiegavano le loro “specialità”. Passo accanto alla Fontana dei Fiumi con le sculture barocche del Bernini che si impongono innanzi ai miei occhi dissolvendo i miei pensieri, che cominciano a diventare impudichi, in più austere nozioni di storia dell’arte. I quattro fiumi... Nilo, Gange e Danubio, li ricordo per certo...
    Gironzolo fra quadri di aspiranti pittori e bancarelle di libri e souvenir. Una piccola deviazione prima di tornare a casa. Forse trovo qualcosa da regalare a Lisa, solo per dirle che le voglio bene.
    Rio della Plata! Ecco qual era.
    Mentre sbircio fra le tante cianfrusaglie mi sento chiamare, mi volto cercando di individuare la provenienza della voce.
    - Cécile, Cécile, sono qui!
    Tra la folla si fa largo Alberto, un caro amico, seguito da una giovane e bella donna. Da quando si è separato dalla moglie non fa altro che cambiare fidanzata e per un poco anch’io ho occupato quel “ruolo”; ma è stato tanto tempo fa. Lo saluto con piacere. Conversiamo amichevolmente, poi ha fretta di andare, sollecitato dalla sua amica. Ci ripromettiamo di risentirci al più presto.
    Continuo nella mia passeggiata e la mia attenzione viene catturata da un fermacarte di vetro. Mi piace. Decido subito di acquistarlo. Contenta, mi affretto a rientrare, guardando entusiasta il regalo; le sue sfaccettature creano i colori dell’arcobaleno.
    Distratta da quella lucentezza, mi scontro con una persona che cammina anch’essa a passo spedito. Il fermacarte cade in terra e si frantuma in mille schegge di vetro.
    All’uomo cadono in terra le sue cose. Provo a raccogliere i cocci ma è inutile, così aiuto l’uomo a recuperare fogli e matite. Io con le lacrime agli occhi gli consegno le sue cose scusandomi della mia distrazione. Gli spiego che era un regalo per la mia amica.
    - Peccato!
    Lui mortificato e dispiaciuto dice; con un forte accento francese, che si può rimediare.
    - E come? È impossibile aggiustarlo e altri non ce ne sono di così belli…
    - Come vedi io sono un pittore… te lo disegnerò e spiegherai l’accaduto alla tua amica… Vieni con me.
    Ci incamminiamo verso la sua postazione. Lì ad attenderlo, una donna.
    Ai miei occhi risalta subito la differenza fisica fra i due. Lei minuta, dai corti capelli rossi, occhi smeraldo e carnagione bianco latte, mentre lui alto, scuro di carnagione, capelli ricci e folti, neri neri, occhi scuri, sguardo pungente, naso prominente. Saluta la sua amica che poi scopro essere la sua ragazza e la sua modella… infatti molti quadri ritraggono il suo viso.
    Si siede davanti al cavalletto, tira fuori tela e colori e, in poco tempo, la sfera e le sue rifrazioni sono impresse su tela. Firma e aggiunge le sue scuse:
    "Pour Lisa. Pardonne moi... Antoine".
    Anch’io scrivo la mia dedica, firmo e ringrazio. Il risultato è davvero très joli.
    Nell’attesa ho preso confidenza con la modella, Camille. Lei inizia ad apprezzare scherzosamente le mie nervose forme. Antoine sembra guardarmi veramente solo ora. Il suo sguardo malizioso cade sui miei seni. Si morde le labbra.
    I miei capezzoli s’inturgidiscono, sensibili anch’essi d’istinto al desiderio.
    Racchiusa in un corpo devoto al soddisfacimento, sostenuta da un intelletto più duro, ma sensibile, ricattabile e mansueto… capace solo di mescolare sesso e spirito, un tacito accordo dentro di me.
    Le mie risate e la voce lasciva, lasciano intendere la mia disponibilità, Antoine mi dice che è nato a Brest, nel nord della Francia, e che vive la strada, errando di luogo in luogo.
    Smonta il suo banco. Io e Camille lo seguiamo in silenzio dirigendoci verso la sua dimora. Ogni passo calpesta i cubi di porfido, le pietre di questa città, in cui la sacralità opulenta si mischia al profano sontuoso.
    Poco dopo siamo sul lungo Tevere, maleodorante e di un colore verde marcio.
    - Ecco la mia casa.
    Uno steccato di canne e rovi sono le sue mura, cartoni e teli il suo riparo. Il soffitto è dipinto dal cielo striato, di un blu intenso mischiato a raggi rosati, strascichi di un sole che stenta ad andar via. Sembra sia curioso di vedere cosa verrà consumato.
    Antoine accende un fuoco e il bagliore illumina il luogo, mettendo in risalto la sporcizia che ci contorna. Srotola una coperta che stranamente profuma di bucato fresco steso al sole. Mi dice sorridendo beffardo che l’ha rubata qualche giorno prima.
    In quel momento mi sembra tutto così strano… e poi lui non sembra andare d’accordo con la scenografia esterna. Si dimostra molto educato e galante, come un gentil uomo d’altri tempi, caduto in un tempo e in un luogo che non gli appartengono.
    Nonostante la stranezza non mi perdo d’animo, la situazione è piacevole e la voglia di esibirmi in un teatro distante dalla mia vita, mi affascina.
    Ora ci siamo solo noi tre più la natura che ci avvolge. Cerco di intuire la parte che dovrò recitare.
    Mi avvicino a loro in piedi davanti al fuoco… le mie mani toccano, palpano, strizzano ciò che capita, si districano a spogliare due corpi, i baci si mischiano, la mia lingua scivola sui seni di Camille, piccoli e sodi.
    Non stacco la bocca dal suo corpo, le bacio il ventre e mi chino fra le sue gambe.
    Il pelo rossiccio un po’ mi schifa, però accantono questo pensiero e continuo a leccarla. È piccola, morbida e calda, con un buon sapore, leggermente amarognolo.
    I movimenti della mia lingua si fanno vigorosi, la ragazza geme per la mia voracità.
    Adoro veder godere!
    Il pittore, con gli occhi pieni della nostra visione, si tocca e ci gira intorno, lanciando qua e là alla rinfusa morsi e baci su di noi. Ebbro di voglia, impossessato dall’eccitazione, ci incita e ci lusinga.
    Un uomo che fa la sua danza intorno al piacere.
    Il sole cade all’orizzonte. La sera ora ci accompagna. Il fuoco scoppietta e dà ritmo ai nostri movimenti.
    Antoine si accosta a Camille da dietro e il suo membro spunta maestoso dinnanzi a me. Dal suo occhio cadono lacrime di voglia. I ragazzi si fondono tra di loro.
    Passo con vivacità dall’uno all’altra, la mia bocca non si sazia, si riempie di piacere, mi lascio andare al gioco!
    Poi mi rimane a disposizione solo la figa rossiccia. Il “piccolo Antoine” sta entrando al riparo nel culo di Camille, così voglio anch’io riempirla, possederla. Infilo la mia mano dentro di lei, tirandomi su a succhiarle un seno. L’altro è avvolto dalle mani di Antoine. Divido con lui Camille, che geme di soddisfazione. La spingo giù carponi e mi metto a cavalcioni sopra di lei, per soddisfare l’ingordigia di Antoine. Ha doppia scelta e come un bimbo alle giostre non sa cosa scegliere. Decide di passare da un gioco all’altro. Questo entrare ed uscire e la sorpresa nell’attendere mi fa godere. Mordo la schiena di Camille, poi strillo forte come a dire alla natura “Godooo!”.
    Camille mi segue nelle grida. Due “cagne” che ululano il loro piacere. Alzo gli occhi.
    La luna è spuntata. Antoine ci dona il suo sperma bagnandoci entrambe.
    Ci adagiamo per terra, raggomitolate sotto la coperta. Strette a lui, ci addormentiamo.
    Quando mi sveglio il sole fa di nuovo capolino nel cielo. Prendo le mie cose, la tela e saluto i ragazzi, ancora addormentati.
    L’aurora comincia a rischiarare i miei pensieri. Mi fermo in un bar per comprare dei cornetti caldi e, ancora infreddolita, torno a casa velocemente. Un bagno rigenerante e poi è gia ora di uscire. Anche se è domenica ho un appuntamento di lavoro: devo presenziare ad una sfilata per degli acquisti.
    Lisa si sta svegliando con il profumo di caffé che ho preparato per lei.
    Sistemo sul tavolo il disegno e un bigliettino:

    “Buongiorno mia cara, tutte queste attenzioni sono per te,
    devo ringraziarti per la bella serata avuta. Cécile”.

    7/23/2008

    PENSARE ALL'INFINITO

    A me l'infinito....
    .... mi schiaccia sempre un pò ....
     
     
    peanuts-infinito
    7/22/2008

    PEANUTS 2

     
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    aqui
     
    can
     
    depresso1xv9   natalecbrt1   sallyvalentino0
    7/14/2008

    PEANUTS

     
     
    mi
     
     
    Lucy: Ecco un libro sul baseball che si chiama "Vincere e altre 10 possibilità".
    Charlie Brown: "E quali sarebbero?"
    Lucy: "Pareggiare, perdere, perdere, perdere, perdere, perdere..."
     

    fiocco

     

     

    7/11/2008

    PRIMA VENNERO PER GLI EBREI

    " Prima vennero per gli ebrei
    e io non dissi nulla perché
    non ero ebreo.

    Poi vennero per i comunisti
    e io non dissi nulla perché
    non ero comunista.

    Poi vennero per i sindacalisti
    e io non dissi nulla perché
    non ero sindacalista.

    Poi vennero a prendere me.
    E non era rimasto più nessuno
    che potesse dire qualcosa."

    Martin Niemoeller

    Pastore evangelico
    deportato a Dachau