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    11/14/2009

    AMMAZZAGIUSTIZIA

     

    PRESIDENTE, RITIRI QUELLA NORMA DEL PRIVILEGIO

    SIGNOR Presidente del Consiglio, io non rappresento altro che me stesso, la mia parola, il mio mestiere di scrittore. Sono un cittadino. Le chiedo: ritiri la legge sul "processo breve" e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei.

    Con il "processo breve" saranno prescritti di fatto reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi. Il sogno di una giustizia veloce è condiviso da tutti. Ma l'unico modo per accorciare i tempi è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto. Non fermare i processi e cancellare così anche la speranza di chi da anni attende giustizia.

    Ritiri la legge sul processo breve. Non è una questione di destra o sinistra. Non è una questione politica. Non è una questione ideologica. E' una questione di diritto. Non permetta che questa legge definisca una volta per sempre privilegio il diritto in Italia, non permetta che i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà più speranze di giustizia.

    ROBERTO SAVIANO


    Firmate l'appello

     

     

    9/30/2009

    LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI

     
     
    28 settembre - 1° ottobre 1943
     

    Napoli e la guerra

    Alla vigilia della II guerra mondiale Napoli contava circa 900.000 abitanti che, con la provincia, arrivano a 1.750.000 [1]. Nel corso del ventennio fascista era quindi decaduta da prima a terza città d’Italia. Il regime dittatoriale in un primo tempo aveva fatto registrare progressi in campi quali quelli dell’edilizia e degli edifici pubblici, dell’orario lavorativo e del sistema previdenziale e dell’alfabetizzazione. Ma il divario nord-sud crebbe vorticosamente, specialmente nello strategico settore delle comunicazioni ferroviarie e stradali e delle opere pubbliche in genere che, salvo eccezioni, resteranno praticamente le stesse dell’epoca giolittiana, e che troveranno un successivo sviluppo solo con l’avvento della Repubblica.

    Mussolini investì enormi risorse nella guerra coloniale per la conquista dell’Etiopia (1935-6), in cui furono utilizzati da parte italiana i gas asfissianti. Caduto nell’abbraccio mortale col nazismo, partecipò nella guerra civile spagnola (1936-39) ed emanò le leggi razziali (1838). Il 10 giugno 1940, il ministro degli esteri italiano, conte Ciano, genero del “Duce”, consegnò le dichiarazioni di guerra alle potenze occidentali. Si disse che Mussolini avesse inteso scommettere su di una rapida e vittoriosa soluzione del conflitto per trarne vantaggio, ma il suo si rivelò un colossale e criminale sbaglio, in quanto l’Italia, come ben presto i fatti dimostrarono, non aveva né le risorse, né la tecnologia, né tantomeno la volontà di imbarcarsi nella tragica avventura. In effetti, Mussolini reiterò più volte la sua irresponsabilità: assalì la Grecia, dichiarò guerra agli Stati Uniti, inviò un’armata in Russia quando già le cose volgevano al peggio per il cosiddetto “Asse” italo-germanico.

    Bombardieri americani B-29 "Fortezze volanti"

    Napoli nel 1940 era del tutto impreparata alla guerra, con poche difese efficienti, tenuto conto della sua posizione strategica per il rifornimenti all’esercito che combatteva in Africa. La difesa aerea della città era affidata alle navi militari che si alternavano nel porto, ed alla obsoleta artiglieria dell’U.N.P.A. (Unione Nazionale Protezione Antiaerea). Gli aerei da caccia erano pochi ed assolutamente inadeguati a fronteggiare gli avversari. Non esisteva alcun moderno sistema di avvistamento (il radar era sconosciuto in Italia, mentre gli alleati lo utilizzavano già da tempo). Vennero designati dei “capi-palazzo” per il soccorso dei civili e lo spegnimento degli incendi. A partire dalle ore serali entrava in vigore l’oscuramento col divieto di far filtrare le luci.

    Un caccia italiano CR32

    I bombardamenti notturni inglesi iniziarono nel novembre del 1940. I danni riguardarono soprattutto la zona portuale e quella industriale del versante orientale della città. Alcuni di coloro che avevano perso la casa si trasferirono nelle grotte naturali e nei tunnel cittadini. Il 18 novembre 1941, un grappolo di bombe distrusse l’avanti-ricovero [2] di Piazza Concordia, facendo strage degli occupanti. Dal 4 dicembre del 1942, si aggiunsero i bombardamenti diurni americani, con un’incursione d’alta quota che provocò novecento vittime. In quell’occasione, non si ebbe neanche il tempo di far suonare le sirene d’allarme. In porto, l’incrociatore “Attendolo” fu centrato in pieno e si capovolse. Il 15 dicembre successivo i bombardieri distrussero l’ospedale Loreto, il gasometro, i bacini di carenaggio. I devastanti attacchi americani si intensificarono nei primo mesi del 1943, con bombardamenti a tappeto da alta quota, effettuati da centinaia di bombardieri pesanti, mentre la caccia nemica seminava spezzoni incendiari dappertutto. Fu distrutto il sistema d’allarme e la gente, ormai allo stremo delle forze, veniva avvertita dell’arrivo degli aerei dai vani spari della contraerea.

    Napoli sotto bombardamento

    Non è possibile in questa sede elencare tutte le incursioni, ma ci preme raccontare almeno gli episodi più drammatici. Il 28 marzo 1943 in porto avvenne un incendio sulla nave da trasporto Caterina Costa, carica di munizioni e benzina, ed in procinto di percorrere la “rotta della morte” verso la Tunisia. Nonostante l’evidente pericolo, la nave non venne rimorchiata al largo, ma si tentò di salvare il carico (per ordine diretto del governo del “Duce dell’Impero”, che però se ne stava a Roma…). Non si riuscì a controllare l’incendio, la nave saltò in aria, causando l’affondamento di altre unità navali ormeggiate nei pressi. La città fu investita da una pioggia di fuoco, lamiere roventi e schegge che arrivarono fino a piazza Carlo III, con migliaia tra morti e feriti. Il 4 agosto 1943 Napoli fu colpita dalle “fortezze volanti” americane da alta quota, ininterrottamente per 43 ore, causando 20.000 morti; furono rasi al suolo ospedali, chiese, orfanotrofi, abitazioni civili, e la basilica di Santa Chiara. Dal 6 all’8 settembre ci furono le ultime terribili incursione americane.

    Le rovine di Santa Chiara

    L’8 settembre fu annunciata la resa dell’Italia, distrutta e divisa in due. Le famiglie italiane piangevano quattrocentomila morti (per due terzi figli del Sud).

    Lo Sbarco a Salerno

    In concomitanza con l’annuncio della resa, l’8 settembre gli Americani diedero inizio all’operazione Avalanche, sbarcando nel Salernitano. Ciò che restava della flotta italiana, che non era stata impegnata a difesa della Sicilia, faceva rotta su Malta per consegnarsi agli Inglesi, come previsto nella capitolazione, subendo la perdita della corazzata “Roma” ad opera dell’aviazione tedesca.

    La corazzata Roma

    La forza di invasione di 170.000 uomini attuò lo sbarco lungo ben 40 chilometri di costa alle 03.30 del 9 settembre. Nel momento in cui i soldati iniziarono a prendere terra, l'aviazione tedesca diede inizio ad una serie di attacchi aerei, provocando gravi perdite tra le file alleate. All’alba gli alleati giunsero a Cava de' Tirreni, dove i tedeschi concentrarono i carri armati lungo le case per tenerli al riparo dal fuoco nemico.

    A contrastare lo sbarco fu l’agguerrita divisione blindata tedesca “Hermann Goering”, che il 13 settembre sferrò il contrattacco che non riuscì per il poderoso appoggio allo sbarco dato dal’artiglieria navale e dall’aviazione alleata. Il duro risvolto si ebbe sulla popolazione civile a causa dei bombardamenti, apocalittici per entità, terrore ed orrore. Dal giorno 15 i tedeschi iniziarono a ripiegare, attuando la "politica della terra bruciata", ovvero la distruzione di tutto ciò che era impossibile portar via e la cattura degli uomini da condurre nei campi di concentramento o ai lavori forzati. Per non lasciare il porto di Napoli nelle mani degli anglo-americani, occuparono la città. L’ordine del Fürher specifico per Napoli prescriveva un piano sistematico di distruzione, rastrellamenti e sterminio denominato "cenere e fango".

    Tuttavia i tedeschi riuscirono ad impegnare le forze terrestri anglo-americane quasi per tutto il mese di settembre, mentre la tragedia dei bombardamenti navali coinvolse tutta la zona interessata.

    Le Quattro Giornate di Napoli

    Dopo tre anni di guerra fascista, Napoli, sventrata da 107 bombardamenti, s'era svuotata, abbandonata da intere famiglie in fuga nelle campagne. Erano rimasti i rassegnati, gli indifferenti, i fascisti, e i disperati. Furono questi ultimi a ribellarsi, a passare dalla disperazione all'esasperazione per i soprusi nazisti, dopo l'occupazione della città.

    In agosto si era formato il Comitato di Liberazione dei Partiti Antifascisti con de Ritis, Palermo, Rodinò, Parente, Ferri e Ingangi. Benedetto Croce riuscì a raggiungere Capri, già in mani alleate, dove iniziò la formazione del nuovo governo.

    La città era senza viveri, trasporti o qualsiasi altro tipo di servizio pubblico: vi erano 80.000 disoccupati. Gli Alleati lanciavano manifestini dagli aerei invitando il popolo a ribellarsi alle truppe germaniche. Il Comitato di Liberazione chiedeva armi, ma il comando militare [3]esitava ad armare la popolazione: le forze armate italiane erano in completo dissolvimento, grazie all'esempio del re d'Italia Vittorio Emanuele III di Savoia e dei suoi degni generali che avevano pensato soltanto a mettersi in salvo.

    La rabbia dei nazisti per il fallimento del servizio obbligatorio che tentavano di introdurre, venne espressa nel manifesto del 26 settembre emanato dal comandante Scholl, che gridava al sabotaggio e minacciava di fucilare all'istante i contravventori:

    "Al decreto per il servizio obbligatorio di lavoro hanno corrisposto in quattro sezioni della città complessivamente circa 150 persone, mentre secondo lo stato civile avrebbero dovuto presentarsi oltre 30.000 [3000 è un errore di stampa del manifesto, ndr] persone. Da ciò risulta il sabotaggio che viene praticato contro gli ordini delle Forze Armate Germaniche e del Ministero degli Interni Italiano. Incominciando da domani, per mezzo di ronde militari, farò fermare gli inadempienti. Coloro che non presentandosi sono contravvenuti agli ordini pubblicati, saranno dalle ronde senza indugio fucilati. Il Comandante di Napoli Scholl"

    Il manifesto fatto affiggere dai Tedeschi

    Il giorno dopo, il 27 settembre, ebbe inizio la caccia all'uomo: le strade vennero bloccate e gli uomini, senza limiti di età, furono caricati con la forza sui camion per essere avviati al lavoro forzato in Germania. L'odio contro di loro e contro i fascisti che ancora gironzolavano per la città a fianco dei soldati tedeschi saccheggiando e portando via quanto potevano, aumentava giorno per giorno. Si ebbero delle fucilazioni di uomini e donne che si erano opposti al saccheggio delle loro case, mentre il generale Del Tetto completava la consegna della città all'esercito tedesco e proibiva al popolo in un suo manifesto di assembrarsi perché in tal caso sarebbe stato costretto a dare ordine di sparare sulla folla.

    A questo punto, per i napoletani non c'erano alternative: se volevano sfuggire alla deportazione dovevano combattere contro i tedeschi e impedire che attuassero i loro piani. Cosi, senza essere né preparata né organizzata, scoppiò l'insurrezione di Napoli, una risposta spontanea in cui erano presenti anche i partiti antifascisti ma senza avere quella funzione di guida che avranno invece durante la lotta partigiana. I napoletani uscirono allo scoperto nelle prime ore del 28 settembre: erano armati alla meglio, con vecchi fucili, pistole, bombe a mano, bottiglie incendiarie che avevano subito imparato a costruire e qualche mitragliatrice leggera nascosta nei giorni dell'armistizio. Altre armi se le procurarono combattendo. Tutto ciò sconcertò il comando tedesco che non si attendeva questa reazione.

    L'insurrezione

    Il 28 settembre 1943 Napoli insorgeva, mobilitandosi in diversi quartieri e con intensità e partecipazione sociale e politica diversificate, in un impetuoso slancio mirato a scacciare i tedeschi da Napoli. Da allora, si è detto e scritto di tutto sulle Quattro Giornate. A volte si è anche taciuto, e persino negato che avessero mai avuto luogo. Eppure i fatti sono lì, ricostruibili e ricostruiti nella loro essenzialità e nei loro antecedenti, quali, tra gli altri, il clima instauratosi dopo l’8 settembre, le prime violenze tedesche contro i civili, gli implacabili rastrellamenti alla ricerca dei cittadini maschi nascosti, gli arruolamenti coatti, lo sgombero forzato della fascia costiera urbana, per non dire della fame e degli orrori della guerra voluta dal fascismo.

    La scintilla scoppiò al Vomero. Erano da poco passate le nove, quando giunse la notizia che un marinaio era stato freddato con un colpo di pistola, mentre stava bevendo alla fontanella che si trova all’angolo di via Girardi, proprio di fronte all’Ospedale Militare. Una decina di giovanissimi sotto i vent’anni, in piazza Vanvitelli, si precipitarono addosso ai tre tedeschi che occupavano una camionetta, li costrinsero a scendere ed incendiarono il mezzo. I tedeschi approfittarono di questo momento per fuggire e dare l’allarme. Giunsero soldati in massa, ma i giovani non desistettero e si rifugiarono nel Museo di San Martino, mentre la voce della rivolta si spandeva in città. In un attimo piovvero dalle finestre delle case suppellettili per ostruire le strade. Gli scontri tra tedeschi e gruppi di insorti armati si accesero nel Vomero, ma anche nella zona tra Foria, il Museo e Piazza Carlo III.

    La battaglia nelle strade di Napoli

    Ben presto il fuoco divampa, ed una delle aree in cui maggiormente si concentra l’azione propriamente militare riguarda il sistema viario dei collegamenti da e per Capodimonte, con punti nevralgici al Moiarello, al Ponte della Sanità, in via Santa Teresa. Si tratta evidentemente delle postazioni forti dello schieramento tedesco o comunque dei principali punti di disimpegno, o di fuga, o semplicemente di sbocco dal perimetro cittadino in direzione nord. Già nella giornata seguente, mentre il contagio insurrezionale si espande guadagnando nuovi percorsi nella città bassa e l’adesione di frange popolari e ultrapopolari - ma anche di significativi spezzoni di borghesi e intellettuali - altri teatri d’azione si impongono, al corso Malta, a Poggioreale, al Vasto, in via Carbonara e in via Roma in direzione della Prefettura e di piazza del Plebiscito.

    Avvengono episodi di straordinario ardimento (come al Rione Materdei o, ancora, alla Sanità) a diretto contatto con le pattuglie tedesche o nel corso della rischiosa azione di sminamento dei tanti edifici, fabbriche, manufatti su cui hanno lavorato i «guastatori» tedeschi. Emergano embrionali ma funzionali strutture organizzative dell’intero moto di rivolta antitedesco, in particolare al Vomero, attorno al Liceo Sannazaro, e al Parco Cis in via Salvator Rosa. Ancora un giorno e mezzo di scontri, e ancora tanto sangue versato: al Bosco di Capodimonte, alla masseria del Pagliarone in via Belvedere, in piazza Dante, alla masseria Pezzalonga nelle campagne retrostanti la via Pigna, in via Nardones; vengono troncate, fra le altre, le giovanissime vite di Gennarino Capuozzo, Pasquale Formisano, Filippo Illuminato, del soldato Mario Minichini, degli studenti Adolfo Pansini e Giovanni Ruggiero.

    Infine, l’episodio culminante della liberazione degli ostaggi rinchiusi nel Campo sportivo del Vomero, che prelude in pratica all’abbandono della città da parte dei tedeschi e all’entrata delle avanguardie anglo-americane nella mattinata del 1° ottobre.

    Le Quattro Giornate restano nella storia della città come uno straordinario momento di coraggio e di unità. Esse furono il punto di arrivo e di svolta rispetto al passato e punto di partenza, rispetto a quello che allora si configurava come futuro e che costituisce oggi il presente, quanto mai problematico.

    «Le quattro giornate di Napoli costituiscono uno degli episodi più degni di ricordo della nostra storia nazionale e uno dei pochissimi avvenimenti consolatori di questi ultimi venticinque anni» (Corrado Barbagallo [1]). Il maturo professore di storia spiega bene, del resto, come le Quattro Giornate rimangano incomprensibili se non si fa almeno un passo indietro, se non agli anni della dittatura, certo al suo epilogo atteso e inglorioso, a quell’8 settembre del ’43 quando chi aveva perduto la propria partita (fascisti e tedeschi insieme) volle, comunque, provare a forzare un esito che il popolo italiano accolse concordemente come la fine di un lungo incubo. Se questa è la premessa, l’insurrezione napoletana non può essere interpretata – come fece allora Croce, prigioniero del fantasma fuorviante del 1799, e perfino Adolfo Omodeo - come l’ennesima ribellione di una città lazzarona che infierisce su un nemico già sconfitto e ormai in fuga.

    Ciò che i tedeschi avevano fatto a Napoli dopo l’8 settembre, appartiene alla brutalità cieca, tipica di chi è consapevole della inevitabilità della propria sconfitta, e da quindi libero sfogo alla volontà distruttiva. Se, dunque, Napoli è stata la prima grande città europea che ha sperimentato la resistenza armata al nazismo, lo è soprattutto nel senso che qui per la prima volta il nazismo ha mostrato in quale modo intendesse comportarsi in quella seconda parte della guerra mondiale che esso trasforma in un calvario distruttivo, nibelungico, verso la catastrofe.

    Per quattro giorni, i napoletani scelsero la lotta aperta, imbracciarono le armi, eressero barricate, lanciarono bombe, tesero agguati, costringendo le truppe tedesche alla resa, alla fuga. Resistettero al nemico artisti, poeti, scrittori

    [2]. Anche gli ufficiali dell'esercito italiano (spariti in un primo momento) e gli antifascisti si unirono ai sollevati. Quanti presero le armi, vecchie armi italiane meno efficienti, meno micidiali di quelle tedesche, furono dunque tanti. Le azioni di scontro in ogni quartiere della città e soprattutto al Vomero, all’Arenella, a Capodimonte, a Ponticelli, infittite e protratte negli ultimi quattro giorni del settembre e nella mattinata del primo ottobre, furono decisive per affrettare l’abbandono della città da parte delle truppe tedesche proprio per la attiva solidarietà della popolazione con quel pugno di combattenti, che si moltiplicava in ogni punto della città.

    I tedeschi avrebbero voluto ridurre l’abitato a cenere e fango, avevano minato, fatto saltare in aria, incendiato case, alberghi, battelli in mare, impianti di servizi, l’Archivio di Stato. Le distruzioni sarebbero state infinitamente maggiori se la popolazione non fosse coralmente insorta a sostenere i suoi studenti, i suoi operai, i suoi uomini più consapevoli nella lotta aperta. I tedeschi, all'alba del primo ottobre, si ritirarono compiendo vili rappresaglie tra le popolazioni che incontravano sul loro cammino.

    Napoli, Via Marina a  nel 1943

    Quando gli alleati entrarono in città, non trovarono un nemico che fosse uno. Napoli s'era liberata da sola. Nel dopoguerra, oltre alla medaglia d’oro alla città di Napoli, furono conferire agli insorti 4 medaglie d’oro alla memoria, 6 d’argento e 3 di bronzo. Le medaglie d'oro furono assegnate ai quattro scugnizzi morti: Gennaro Capuozzo (12 anni), Filippo Illuminati (13 anni), Pasquale Formisano (17 anni) e Mario Menechini (18 anni). Medaglie d’argento alla memoria di Giuseppe Maenza e di Giacomo Lettieri; medaglie d’argento ai comandanti partigiani Antonino Tarsia, Stefano Fadda, Ezio Murolo, Giuseppe Sances; medaglie di bronzo a Maddalena Cerasuolo, Domenico Scognamiglio e Ciro Vasaturo.

    Questo il bollettino delle 4 giornate: oltre 2.000 combattenti, 168 furono i napoletani caduti in combattimento, 162 i feriti, 140 le vittime tra i civili, 19 i morti non identificati, 162 i feriti, 75 gli invalidi permanenti.

    La motivazione della medaglia d'oro al valore militare conferita alla città di Napoli fu la seguente:

    “CON UN SUPERBO SLANCIO PATRIOTTICO SAPEVA RITROVARE, IN MEZZO AL LUTTO E ALLE ROVINE, LA FORZA PER CACCIARE DAL SUOLO PARTENOPEO LE SOLDATESCHE GERMANICHE SFIDANDONE LA FEROCE DISUMANA RAPPRESAGLIA.

    IMPEGNATA UN'IMPARI LOTTA COL SECOLARE NEMICO OFFRIVA ALLA PATRIA NELLE QUATTRO GIORNATE DI FINE SETTEMBRE 1943, NUMEROSI ELETTI FIGLI.

    COL SUO GLORIOSO ESEMPIO ADDITAVA A TUTTI GLI ITALIANI LA VIA VERSO LA LIBERTÀ, LA GIUSTIZIA, LA SALVEZZA DELLA PATRIA”.

    Fara Misuraca e Alfonso Grasso


    Note

    [1] Cfr. Censimento del 1936, Annuario Istat.

    [2] Era uno spiazzo antistante la discesa nel ricovero, dove di solito la gente si radunava nell’attesa di verificare che non si trattasse di un falso allarme

    [3] Ciò che restava del presidio italiano era affidato al generale Del Tetto che provvide a diffondere un manifesto con cui si proibivano gli assembramenti.

    Chi a caldo (siamo nel dicembre del ’43) scrive queste righe non è un giovane protagonista ancora suggestionato dalla esaltante novità di quelle giornate, ma un professore universitario quasi settantenne, Corrado Barbagallo. Nei suoi scritti, si ritrova la geografia urbana di quelle ore, i luoghi dove l’insurrezione scoppiò, le strade dove i combattimenti furono più accaniti e non si faticherà a capire da questa toponomastica che fu l’intera città ad esplodere sotto il peso di un dominio che proprio nella sua agonia mostrava il suo volto più inutilmente feroce.
    Fu ferito anche Sergio Bruni, che diventerà uno dei maggiori interpreti di tutti i tempi della canzone napoletana.

     

    « Dopo Napoli la parola d'ordine dell'insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana »

     

    7/17/2009

    SMIGNOTTARE E' GIUSTO

    Il "Manuale delle Giovani Mignotte"



    Sfruttare le proprie armi di seduzione per ottenere qualcosa non solo non è sbagliato ma è buono e giusto. A sostenerlo (con tanto di suggerimenti) è Debora Ferretti, l'autrice




    Smignottare è etico, legittimo, addirittura doveroso. Questo, in sintesi, il pensiero dell'autrice del Manuale delle Giovani Mignotte (MGM, da ora in poi, aliberticastelvecchi editore). Debora Ferretti è "favorevole alla seduzione come mezzo per arrivare dove si vuole arrivare". Qualche esempio? "Un'elegante fuoriserie con cui sfrecciare verso la villa in Costa Azzurra, un mese di affitto, un mazzo di gardenie, un uomo per tutta la vita, un etto di prosciutto o un posto in Parlamento". Questo libro è una sorta di guida(così almeno viene presentato) per quelle che ancora non sanno di essere "sedute su una fortuna", come recita il sottotitolo. Ma anche un'assoluzione nero su bianco per chi ha già sfruttato quello che la natura le ha dato in dote.

    Quindi ho capito bene: smignottare è cosa buona e giusta?
    Mi preme dire che questo libro è estremamente contestualizzato. Nel 2009, in Italia, è un dato di fatto che il tessuto morale si sia molto allentato. Le tanto criticate Veline e Noemi varie fanno parte di un circuito. Che poi è lo stesso a cui apparteniamo noi. I costumi vanno certamente rivisti ed elevati ma non bisogna aspettarsi che questo rinnovamento parta da loro.

    Nessuna perplessità nella scelta del titolo "poco presentabile"?
    Mi sono lanciata andare anche perché un libro è un fatto collettivo. C'è un autore che scrive ma ci sono anche una casa editrice e un direttore editoriale. Il titolo ovviamente è una parafrasi del Manuale delle Giovani Marmotte. Viviamo in un'epoca in cui i costumi sono molto licenziosi. È vero che "mignotta" è ancora un termine molto forte ma l'accoglienza è stata buonissima. Anche al Festival del libro di Torino.

    Com'è arrivata l'ispirazione decisiva?
    Il libro nasce dall'osservazione delle dinamiche tra uomini e donne e tra donne e donne, dalla lettura dei titoli dei giornali, dall'osservazione delle trasmissioni televisive. Viviamo in un'epoca che, nello stesso momento, mercifica la femminilità e la assurge a protagonista assoluta. Anche per pubblicizzare una colla fai vedere un seno o una natica.

    Tutti i manuali hanno per definizione uno scopo. Qual era il tuo?
    Aiutare le donne a fare bandiera della propria femminilità senza impicci morali o falsa etica. Lo sappiamo benissimo che, avvenenti o meno, le donne riescono a ottenere qualcosa con un battito di ciglia, un accavallamento di gambe, un ammiccamento e uno sguardo. Fa parte delle dinamiche tra sociali, delle leggi del marketing. Eppure continuiamo a farcene specie. Io l'ho semplicemente messo nero su bianco.

    Qualche regoletta in pillole...
    C'è un ottalogo. Lo cito a memoria, "Smignottare è giusto, morale, liberatorio, doveroso, intelligente, è l'antitodo ai rimpianti, divertente, godurioso". E poi una cosa fondamentale sull'immagine: essere mignotta non significa per forza sembrarlo. La donna superaccessoriata abbronzata già a gennaio non necessariamente è più disponibile della signorina molto bon ton.

    In tutto questo gli uomini come sono messi?
    Ci riflettevo qualche giorno fa con una mia amica. Sappiamo, da femmine, che se la tua auto resta in panne c'è sempre un meccanico improvvisato che si offre di aiutarti. Se il tuo gattino finisce sul tetto c'è il vicino di casa disposto ad andarlo a recuperare. Se vuoi avere il panino più farcito, basta ammiccare. È una questione genetica: l'uomo per ottenere la nostra attenzione e i nostri servigi deve in qualche modo e, in senso molto lato, pagare.
    È un dare e avere.

    Quindi non si scappa. Ogni donna, bella o brutta, è un po' mignotta?
    Esatto. Io mi guardo intorno e ho continuamente conferma che, geneticamente, la donna è mignotta e l'uomo è predisposto a subire la fascinazione femminile. E tutto questo prescinde dall'aspetto fisico. Anche una donna che non è una miss può ottenere quello che si mette in testa. Al di là delle gambe, del seno, dei fianchi e delle pelle la mignotteria è intelligenza.

    Per scrivere un manuale bisogna essere un'espertona della materia. La tua mignotteria dove ti ha portato?
    Mi fai una domanda di una crudeltà estrema. Non mi voglio certo affrancare dalla categoria, io utilizzo la mia femminità come e quando posso. Diciamo che faccio le cose che mi piace fare nella vita e penso che questo sia già un privilegio.

    Fonte:
    http://donna.libero.it/lifestyle/manuale-delle-giovani-mignotte-smignottare-ne1980.phtml
    6/7/2009

    HEROES

    La testimonianza di Chai Ling  Rosa rossa

     

    Chai Ling, 23 anni, studentessa all’università di Pechino, è stata una dei leader degli studenti e capo del "Comando generale" degli studenti di Piazza Tiananmen, fino al momento della strage. Fuggita in clandestinità dal 4 giugno, a metà mese ha fatto pervenire alla stazione televisiva TVB di Hong Kong un nastro registrato in cui da un resoconto di come si sono svolti gli avvenimenti a Pechino. Fra le tantissime versioni dei fatti, la testimonianza di Chai Ling assume una  importanza ed una drammaticità uniche.

    Oggi è l’8 giugno 1989. Sono le 4 del pomeriggio. Io sono Chai Ling, Capo del Comando Generale della Piazza Tiananmen. Sono ancora viva. Penso di  essere qualificata per narrare ad ogni compatriota e ad ogni  cittadino cinese  come si svolsero gli eventi tra il 2 ed il 4 giugno.
    Verso le ore 22 del 2 giugno (venerdì), un'auto della polizia investì quattro ciclisti scaraventandoli dalle loro biciclette: tre rimasero uccisi. Questo fatto venne da noi considerato il primo segnale di quanto sarebbe successo. Il secondo segnale arrivò subito dopo, quando quattro automezzi militari vennero deliberatamente abbandonati nelle nostre mani. Negli autocarri v’erano armi e divise militari. Ma noi eravamo in allarme. Consegnammo tutte le armi alla stazione di polizia. Abbiamo conservato le ricevute. Il terzo segnale giunse alle 14 del 3 giugno (sabato) in Liubukou, a Xinhuamen, quando un grosso contingente di polizia  colpì  brutalmente studenti e cittadini. Gli studenti si rivolsero alla polizia facendo uso di megafoni e dicendo:  "La polizia del popolo ama il popolo, non colpisce il popolo". Ma prima ancora che lo studente che stava parlando finisse la frase, un poliziotto lo prese violentemente a calci gridando: "Chi ti ama?". Poi con un manganello colpì lo studente sulla testa. Questi cadde a terra.
    Vorrei ora dire qualcosa sulla mia responsabilità  sulla piazza Tiananmen. Io ero il comandante generale della piazza (…). Vi erano anche altri leaders studenti,  come Li Lu e Feng Congde...
    Dalle 20 alle 22 alcuni studenti arrivarono per oltre dieci volte ad informarci che degli studenti erano stati picchiati a morte. Il comando generale trasmise soltanto una dichiarazione,  un invito a rovesciare il  governo di Li Peng. Alle 21, tutti  gli studenti nella piazza alzarono la mano destra e giurarono: "Qui giuro di promuovere la democrazia e la prosperità della mia patria e di difenderla dalla possibilità di venir rovesciata da un  piccolo numero  di  persone.  Io sono disposto a sacrificare la mia vita ed il  mio sangue   per  proteggere la piazza del popolo finche l'ultimo  di  noi  non muoia".
    Alle 22 venne fondata l’"Università della Democrazia" nella piazza. Il nostro vice-comandante, Zhang Boli, divenne il rettore dell'università. Molta gente inviò le proprie congratulazioni. L'università venne  fondata a fianco della Statua della Democrazia.
    Mentre noi applaudivamo,  tuttavia, il viale Changan era già pieno di sangue. Gli aguzzini usavano carri armati, armi automatiche, lunghi coltelli e gas lacrimogeni per attaccare la gente.  Sparavano a chiunque gridasse uno  slogan o tenesse in mano un sasso. Gran parte della gente perdeva san¬gue dal petto. Tutti gli studenti che ritornavano nella piazza erano ricoperti del sangue dei feriti.
    Dopo le 22, molti cittadini, lavoratori e studenti divennero  furiosi. Stavano pensando di usare armi per contrattaccare i soldati (...). Sapevamo che questa è una guerra tra amore ed odio.  Questa non è una guerra di armi contro armi.  Sapevamo che se avessimo usato bastoni, bottiglie di vetro ed armi per combattere contro i carri armati lanciati in velocità e contro le armi automatiche, la nostra dimostrazione avrebbe necessariamente fallito. Decidemmo di rimanere quieti,  seduti dove eravamo, pronti ad essere sacri¬ficati  per la dimostrazione pacifica a favore della democrazia. Il nastro con il canto "Eredi di draghi" suonava.  Ci abbracciammo l'un  l'altro. I nostri occhi erano pieni di lacrime. Eravamo in attesa che il momento arrivasse (...).
    All'ultimo momento, i quattro che erano in sciopero della fame, Hou Dejian, Liu Xiaobo e gli altri, ci persuasero a non sacrificare le nostre vite. Andarono a contattare un comandante dell'armata per  trattare una ritirata pacifica per gli studenti (...). Tutte le persone che si trovavano sulle posizioni esterne dove noi  ci trovavamo  morirono.  Almeno 200 studenti nelle tende vennero schiacciati a morte dai carri armati. Nella piazza, circa 4.000 persone vennero uccise.
    Dopo il massacro,  gli aguzzini bruciarono persino i cadaveri per eliminare ogni traccia della loro violenza.  Il simbolo del nostro movimento, la Statua della Democrazia venne ridotta a pezzi dai carri armati.  Mentre correvamo gridavamo: "Cani! Fascisti!"  (...). Mentre ci ritiravamo verso ovest,  vedemmo schiere di soldati che correvano verso la piazza. I soldati non si guardavano intorno, ma correvano verso la nostra piazza. Mentre ci ritiravamo e passavamo accanto al Liubukou,  tutti i membri del quartier generale erano in prima fila. Liubukou era il luogo dove venne sparso il primo sangue nel pomeriggio del 3 giugno. Solo più tardi venimmo a sapere che quei fascisti avevano ucciso le prime file di gente con le armi automatiche. Dietro di essi vi erano soldati che  raccoglievano i cadaveri e li trasportavano sugli autobus e sui carri. Alcuni  degli studenti erano ancora vivi,  altri si vedeva che  respiravano ancora. Tutti vennero gettati assieme ai morti.
    A questo punto,  alcuni soldati si avvicinarono a noi e ci avvisarono: "Ragazzi, non sapete che usiamo armi automatiche? Non buttate via la vostra vita”.. Di quando in quando arrivavano nuove informazioni da ogni  parte. Questi  assassini stavano davvero macellando gli studenti.  Lanciarono razzi contro la gente che stava in piedi nel viale Changan. Bambini e vecchi caddero morti sotto le loro armi. Che cosa hanno fatto di male? Non hanno gridato neppure uno slogan. Un amico mi disse che aveva bloccato i carri armati sul viale  Changan alle 2 di notte.  Aveva visto una ragazza piccola di statura stare in piedi dinanzi ai carri armati,  facendo cenni con la mano. Un carro armato avanzò su di lei, schiacciandola e passando sopra il suo cadavere fino a ridurlo in poltiglia. (…) La radio  continuava a trasmettere che "le truppe sono entrate a  Pechino  per  fermare un gruppo di  dimostranti  violenti...devono  mantenere 1'ordine nella capitale".
    Credo di essere la persona maggiormente qualificata per dire se  gli studenti fossero dei rivoltosi o no. Ogni cinese che ha una coscienza, pensi a  questi giovani che sedevano pacificamente sotto il monumento agli  eroi, mano  nella mano, spalla a spalla, e che hanno visto con i loro occhi  la mannaia del boia. Erano dei rivoltosi violenti? Se lo fossero stati, sarebbero rimasti seduti là quieti?
    Fino a che punto gli assassini sono fascisti? Possono ridere  della propria coscienza, dire bugie, dire le più grosse menzogne del mondo. Se chiamiamo "bestie" i soldati che hanno  ammazzato gli innocenti con le loro armi,  come dovremmo chiamare quei signori seduti di fronte alle telecamere dicendo  menzogne? (…)
    Ci sentiamo disperati. Siamo ancora vivi. Ma quanti sono rimasti nel¬la piazza e nel viale Changan? Non faranno mai ritorno, mai. Molti di loro erano molto giovani.
    Dopo  il  massacro nella piazza, venni a sapere che prima delle 22 del 3 giugno Li Peng aveva dato tre ordini :
    1. I soldati potevano sparare contro la gente.
    2. Tutti gli automezzi militari dovevano muoversi alla massima velocità: soldati dovevano riprendere il controllo totale della piazza Tiananmen prima del mattino del 4 giugno.
    3.  Leaders e organizzatori del nostro  movimento  dovevano essere tutti uccisi.
    Questo è il governo senza cuore che sta ora governando la Cina. Il massacro in Pechino sta ancora andando avanti.  Si potrebbe estendere ad altre città.
    Cari compatrioti, più è buio più presto verrà l'alba. Allora nascerà una vera Repubblica democratica popolare. Questo è un momento cruciale per la nostra nazione. Ogni compatriota ed ogni cittadino cinese dovrà ricordarlo. La Vittoria finale sarà sicuramente del popolo. Il governo di Yang Shangkun, Li Peng, Wang Zhen, Bo Yibo e degli altri sicuramente scomparirà.
    Viva la nostra repubblica, viva il popolo!


    12 giugno 1989
    (traduzione di Asia News- Hong Kong)

     Cuore rossoRosa rossaArcobaleno

      

    5/26/2009

    VIAGGIO IN COREA DEL NORD

    Nel giugno scorso ho viaggiato per dieci giorni in Corea del Nord, travestito da medico in vacanza e accompagnato da un uomo e una donna che avevano il compito – affidato loro dallo Stato – di mostrarmi ciò che lo Stato riteneva conveniente per la propria reputazione, e soprattutto di tenermi a debita distanza da ciò che non avrei dovuto vedere.

    Pyongyang, giorno 1
    Per mettere subito in chiaro il concetto di fiducia, il paese accoglie i viaggiatori con una radiografia, una scansione al metal detector e una perquisizione. All’aeroporto di Pyongyang, un poliziotto fa passare il mio bagaglio sotto i raggi x e sequestra il telefono cellulare, in cambio del quale ottengo una ricevuta con una stella rossa. Sorriso P.R. del poliziotto: "Le verrà restituito alla partenza. Non si preoccupi, tanto non potrebbe usarlo. Non c’è la rete. Il prossimo anno, chissà". Ci sarebbe una domanda da fargli, ma mi rendo conto che sarebbe tempo sprecato.
    All’uscita vengo preso in consegna da due persone che non mi lasceranno più fino alla fine del viaggio. Si presentano come il signor Li e la signorina Li, tengono a precisare di non essere parenti e sono inquietanti nella loro uniformità perfetta, dal taglio della camicia bianca a quello dei capelli fino al nome e alla spilla con il volto del padre della patria Kim Il Sung appuntata sul petto a sinistra, appena sopra il cuore. Il compito della signorina Li, apprendo, è di farmi da interprete e da guida, mentre quello del signor Li è di "supervisionare il corretto svolgimento del programma". Mai un funzionario del ministero dell’Interno scelse una copertura più infelice. Alla guida della Mercedes che ci scarrozzerà in giro c’è, naturalmente, una terza persona. "È stato fortunato ad avere una Benz" dice la signorina Li. "Ne abbiamo solo due, in una flotta di cento e più macchine." Una flotta niente male, considerato che l’anno scorso il paese è stato visitato da un totale di trentanove turisti.
    Anziché andare in albergo, ci fermiamo subito all’arco di trionfo, nel centro di Pyongyang. La signorina Li ne snocciola le misure con orgoglio, come se fossero quelle di sua figlia: un cubo di 60 metri di lato, tre metri più alto dell’arco di trionfo di Parigi, decorato con 70 azalee: "È il fiore preferito del Grande Leader".
    In una piazza poco distante gruppi di bambine si allenano per una danza coreografica, guidate dai comandi militari che un’istruttrice bercia nel megafono. Hanno il volto contratto per lo sforzo, perché negli allenamenti non sono tenute a sorridere. "Posso fotografarle?" domando. "Assolutamente no" dice la signorina Li sgranando gli occhi in un’espressione di genuino terrore. "È proibito, finché non sono perfette." "Per che cosa provano?" "Per le celebrazioni dell’aprile 2002, quando il Grande Leader compirà novant’anni. Sarà una cosa straordinaria, senza precedenti." "Ma Kim Il Sung non è morto sette anni fa?" "Sì, ma il presidente è ancora lui e il suo compleanno si festeggia comunque." Le chiedo se è prevista una festa anche per Kim Jong Il, il Caro Leader, figlio di Kim Il Sung e attuale capo del partito. "Certamente. Ma per lui stanno provando gruppi a parte." "Da quanto stanno provando?" "Oh, provano tutto l’anno."
    La signorina Li guarda l’orologio e dice "È ora di andare". Il programma, stilato in dettaglio ora per ora per i prossimi dieci giorni, adesso prevede la visita alla torre dell’idea Juche (pronuncia giu-cé), una spaventosa stalagmite alta 170 metri che pare scaturita dalle viscere della terra in seguito alla spinta di forze immani, quali solo la natura può produrre. L’obelisco si leva dal centro di un’infinita piazza di granito e lo sovrasta una fiamma di vetro scarlatto che pesa, dicono, 45 tonnellate. L’idea Juche, in poche parole il principio secondo il quale l’uomo è l’unico arbitro del proprio destino, è alla base del sistema cosmologico elaborato da Kim Il Sung a partire dal marxismo-leninismo, e la torre che la celebra è un bell’esempio di come le idee vadano sostenute con i fatti. Venticinquemila tonnellate di pietra sono un buon sostegno. Intorno c’è un apparato di illuminazione sproporzionato al potenziale elettrico del paese. "La torre è illuminata di notte?" chiedo alla signorina Li. "Qualche volta. Sa, i cali di energia. Però quando c’è la luce la fiamma sembra vera."
    Nel tardo pomeriggio, come accade spesso, s’addensano nel cielo cumulonembi color piombo. "Speriamo che piova" sospira la signorina Li. "Non piove da un mese, ed è già la peggiore siccità degli ultimi mille anni." "Mille?" "L’hanno detto i giornali. Il raccolto andrà male." La signorina Li probabilmente ignora che anche lo scorso anno il raccolto è andato male, e che negli ultimi trenta mesi si stima siano morti di fame un milione e mezzo di suoi compatrioti. Secondo un’analisi della Fao, in compenso, la situazione è destinata a migliorare, poiché la parte più debole della popolazione ha finito di morire e ora non rimangono che i migliori, cioé coloro che sopportano meglio i morsi della fame. Ma anche per questi reduci, la distribuzione del cibo con la tessera annonaria (in media duecento grammi di riso o cereali al giorno) viene effettuata in proporzione diretta al grado di fedeltà al partito: un’ombra sul proprio curriculum di militante – diciamo una denuncia perché una mattina si è usciti senza la spilla del Grande Leader appuntata sul petto – e le razioni si riducono d’un terzo.
    In fondo a un viale a sei corsie, a chiudere la prospettiva d’una discesa vertiginosa, si staglia un’altra mostruosità cementizia, un’immensa piramide dove i turisti di un futuro non si sa quanto lontano verranno sdoganati al loro arrivo in città: l’hotel Ryugyong, il più grande del mondo, 105 piani, 305 metri di altezza, un incrocio tra il Cervino e l’astronave di Guerre Stellari. "Una volta finito sarà interamente ricoperto di specchi e visibile dallo spazio" dice il signor Li, e si capisce che crede a quel che dice. Per il momento è un guscio vuoto, con le tremila finestre (tante quanto le stanze) nere come denti cariati: il cantiere è abbandonato da un decennio. "Ci vogliono investimenti stranieri" dice la signorina Li, e non si capisce da dove potrebbero venire, per un’opera tanto folle, se non dallo spazio.
    Il mio albergo, lo Yanggakdo, non è da meno, con i suoi 48 piani e le mille stanze. "È l’unico posto dove può cambiare i suoi dollari" osserva il signor Li, ma è inutile, giacché tutti i prezzi sono espressi in dollari. Il signor Li si occupa della registrazione e torna con le chiavi di tre stanze. "Questa è la sua." "E le altre due per chi sono?" "Per me e per la signorina Li. Sono le stanze accanto alla sua." "Ma non andate a dormire a casa?" "No, vogliamo starle vicino. Sa, se dovesse succedere qualcosa di notte." Che premura.
    La signorina Li fa di tutto per salire in camera con me, ma vuole solo controllare che il letto sia cubico al punto giusto e che nel thermos vi sia acqua bollente per il tè. Se ne va annunciando: "Cena fra mezz’ora, al pianterreno." Poi aggiunge: "Se vuole, dopo c’è un casinò. È Macao style." "Un casinò qui? E chi ci va?" "Lei. Si paga solo in dollari. Alla gente normale (intende i nordcoreani, ndr) è vietato l’accesso."
    Alle otto in punto trovo la signorina Li davanti alla porta del ristorante. Mi guida in fondo alla sala deserta, fino a un tavolo sul quale un garofano di plastica porta un barlume di letizia: "Questo sarà sempre il suo tavolo". Ordino la cena. Il cameriere porta i piatti e la signorina Li rimane in attesa, impettita, in piedi davanti a me, le mani giunte. Aspetta che cominci a mangiare, ma non lo faccio proprio perché c’è lei che aspetta. Alla fine è lei a rompere il silenzio dicendo: "Si serva". Pilucco una strisciolina di carne e lei si allontana. "Non cena qui?" le domando. "Non è per la gente normale."
    Dopo cena, visto che non mi è concesso di uscire, per distrarmi entro nel negozio dell’albergo, che espone svariati tipi di medicine, una confezione di siringhe ipodermiche, un catetere sottovuoto di produzione giapponese, due videocassette vergini, una pila di barattoli di caffè solubile, un assortimento di grappe cinesi, un barattolo di ginseng nordcoreano, "contro la denutrizione dei bambini e altre 200 patologie", offerto alla scandalosa cifra di 450 dollari.
    Salgo in camera e accendo il televisore. Una parata oceanica sulla piazza Kim Il Sung, alla presenza del Caro Leader e di tutte le alte cariche del partito. Un mare di fiori di plastica e aquiloni e bandiere fucsia invade la piazza. Primo piano su vecchie rugose trasfigurate dalle lacrime. Primissimo piano su uno svenimento per l’emozione. Spengo che non sono neanche le nove. Mi affaccio alla finestra, che dà sul fiume Taedong. In lontananza, la torre dell’idea Juche è illuminata come un Ariane sulla rampa di lancio. La fiamma rossa proietta nella notte immobile e muta un alone debole ma convincente. Sul lungofiume, conto i fari di tre automobili in movimento.
    Di notte sogno molto e, come in una navigazione nella nebbia, i miei sogni sono illuminati dalla fiaccola rossastra dell’idea Juche.

    Pyongyang, giorno 2
    Alle otto del mattino, con un lugubre ululato di sirene, la grande macchina siderurgica dello Stato si è messa in moto. La signorina Li è venuta a prendermi dopo colazione e siamo partiti in direzione della casa natale del Grande Leader Kim Il Sung, meta di ferventi pellegrinaggi. Nelle strade di Pyongyang c’era il traffico dell’ora di punta (per un incrocio qualsiasi della città si poteva stimare una media di trenta veicoli l’ora) e le vigilesse che dovevano dirigerlo, che parevano essere state inamidate insieme alla loro divisa bianca, roteavano sui tacchi con rigore militare in mezzo agl’incroci, girando ogni tre secondi esatti la testa a destra e a sinistra con scatti da automi che avrebbero messo a durissima prova anche le cervicali più tenaci, in marziale attesa d’un traffico che non veniva.
    La casa natale di Kim Il Sung, sulla collina Mangyongdae, è opportunamente povera: un cortile di terra battuta sul quale si affacciano due capanne, la stalla, un granaio. La modestia è però nobilitata da un’opera di restauro (o piuttosto di ricostruzione) che non trova pari, in quanto ad accuratezza, nemmeno nel Cenacolo leonardesco: i pavimenti e le pareti sono rasati e dipinti di fresco d’un color ocra vivo, i legni degli attrezzi sono lucidati e cerati, le vecchie pentole tirate a specchio, e tutto è immacolato e allineato come in una sala operatoria. Sotto lo sguardo di ghiaccio di poliziotti-mummie, i pellegrini in fila per due compiono un rapido giro del cortile come alla Ka’aba, apprezzando le vestigia della vita semplice ma onesta condotta dalla famiglia Kim prima che il figlio venisse illuminato, come si dice qui, dalla "rivelazione". Altoparlanti nascosti negli alberi contribuiscono all’atmosfera di generale raccoglimento diffondendo una melodia che è miele puro. Poco lontano dalla sacra dimora c’è un pozzo dove i visitatori si mettono in coda per attingere l’acqua, che si crede abbia proprietà miracolose.
    Torniamo in città. Quel che colpisce di Pyongyang è l’assenza assoluta di qualsiasi forma di commercio visibile, a eccezione di certi baracchini su rotelle dietro ai quali una donna vende lo sciroppo contenuto in un secchio di plastica. Ma ogni volta che azzardo un passo nella direzione di uno di essi, il signor Li con uno scatto da rettile mi afferra per l’avambraccio e dice: "Siamo in ritardo sul programma. Il baracchino lo vedrà al ritorno". "Al ritorno" è il suo mantra contro l’eccesso di curiosità, una brutta bestia, in effetti. Ma al ritorno facciamo sempre un’altra strada.
    La città è deserta. "È perché tutti usano la metropolitana" dice la signorina Li. La metropolitana si sviluppa su 40 chilometri, per un totale di 17 stazioni che portano nomi come Gloria, Vittoria, Paradiso, Stella Rossa, Rinascimento. In prossimità di quest’ultima la signorina Li decide una clamorosa eccezione al programma e dice: "Le faccio visitare la metrò". Una scala mobile ci porta nelle viscere della terra, a cento metri di profondità, quota considerata sicura (in abbinamento alle triple porte d’acciaio pronte a chiudersi a ogni stazione) per sfuggire all’attacco missilistico sudcoreano, che qui si è sempre dato per scontato come il giorno del giudizio. Le stazioni, in compenso, sono quanto di più leggiadro si possa immaginare, almeno secondo i canoni dell’arte socialista, certo con lo scopo di rallegrare i sopravvissuti del fallout nucleare. "Rinascimento" ci accoglie con una cascata di luce proveniente da grappoli di magnolie di vetro, e un mosaico dove il Grande Leader è portato in trionfo dalla classe operaia tutta. "Gloria" è invece un tunnel di azalee in fiore e di salici piangenti, sui quali splende un sempiterno sole al neon.
    Con una risalita dantesca lungo una scala mobile senza fine torniamo alla luce, dove la signorina Li, non senza una punta di emozione, annuncia: "Adesso andremo a rendere omaggio alla statua del Grande Leader Kim Il Sung". Lungo la strada, mi viene spiegata la procedura: il visitatore è solito comprare un mazzo di fiori, deporlo ai piedi della statua e quindi inchinarsi per tre volte. Ai piedi della collina, al parco di Mansudae, la signorina Li si esercita nell’arte della retorica: "Che ne direbbe di acquistare un mazzo di fiori per il Grande Leader?". Una vecchia dagli occhi acquosi si avvicina e mi porge un mazzetto di magnolie. "Sono cinque dollari" dice la signorina Li. Cinque dollari, al cambio ufficiale, sono un ventesimo del salario mensile d’un medico. Secondo il cambio nero, invece, per comprare un mazzetto di magnolie da cinque dollari lo stesso medico dovrebbe lavorare quasi cinque mesi.
    Arriviamo sulla cima della collina, dove il sole è oscurato dalla mole bronzea del Grande Leader, alta settanta metri. Mi avventuro nell’immensità della piazza con la cautela che si usa nel tempio d’una religione ignota, attento a non fare mosse false che offenderebbero la divinità. Depongo i fiori di fronte a una scarpa di bronzo lunga quattro metri sbirciando con la coda dell’occhio la signorina Li e cercando di imitare il giusto grado del suo inchino. "Se vuole fare una foto della statua" mormora "mi raccomando di stare attento a non tagliare fuori nessuna parte del corpo." Ai piedi di questo mastodonte, per la prima volta ho la misura del delirio che anima il culto di Kim Il Sung, un uomo – se è ancora lecito definirlo così – la cui nascita per i nordcoreani coincide con l’inizio del tempo, tanto che quest’anno non è il 2001 bensì lo Juche 90.
    "Quando era vivo" dice la signorina Li "Non potevamo nemmeno immaginare la sua morte. Lui ci era stato mandato dal cielo, capisce? Purtroppo, invece, era un uomo anche lui." Una frase azzardata, quasi blasfema. "Il giorno della sua morte, piangemmo tutti fino a non avere più lacrime. Piovve a dirotto per tutto il giorno: piangeva anche il cielo, perché lui era stato così generoso con noi. Quando penso al giorno della sua morte ancora adesso non posso fare a meno di piangere. Non so perché, ma non riesco a trattenermi." La risposta forse sta in una frase di Boris Pasternak: "L’uomo non libero idealizza sempre la propria schiavitù".
    Nel pomeriggio andiamo in visita agli studi cinematografici: 750 mila metri quadri di scenografie dove vengono prodotti una media di venti film l’anno. Ci guida un funzionario in uniforme verde oliva: cammina qualche metro davanti a noi e ogni volta che sorprende un inserviente acquattato nei cespugli a fare un sonnellino, si precipita su di lui prima che possiamo vederlo e lo sveglia con un discreto calcio nelle costole. Camminiamo in una strada dell’antica Cina, nella Seoul degli anni 50 (un’insegna bene in evidenza: Esercito Usa – scommesse) e in un land tedesco d’inizio secolo. Certi scenari del passato ricordano scorci della Pyongyang che abbiamo appena attraversato in macchina: strade deserte, negozi vuoti, polvere sugli scaffali e sulle vetrine, in attesa che si giri il prossimo film.
    La signorina Li guarda l’orologio: "È tardi, dobbiamo andare". Ci attende il doposcuola, dove è stata organizzata una visita apposta per noi. È un lugubre edificio, visitato, spiega la guida, ben 57 volte dal Grande Leader, che ogni volta elargì "preziosi consigli per la sua manutenzione e i programmi delle classi". I bambini, oggi, devono fare da inconsapevoli e tragici testimoni del successo del sistema Juche. Non appena entriamo nell’aula di fisarmonica, l’insegnante lancia un ordine da addestratore di cani e trenta mocciosi attaccano a suonare, simulando lo stesso entusiasmo e il sorriso estatico che sono stati addestrati a sfoderare per le delegazioni in visita ufficiale. Qualcuno dirà che sono prevenuto, ma la gioia della musica fa sorridere in un altro modo. La stessa scena si ripete nell’aula di pianoforte, in quella di arpa, di calligrafia (Fidel Castro, quando la visitò nell’83, volle provare a scrivere qualcosa con il pennello ma gli uscì il solito Patria o muerte). Infine c’è il museo di storia naturale, dove sono esposti "più di mille animali mandati in dono dal Grande Leader, inclusa la sua scimmia personale, che allevava lui stesso", alla quale sono stati pudicamente rimossi i genitali.
    Più tardi partiamo per il monte Myohyang (160 km), una ridente località di collina popolarissima tra gli anziani giapponesi, tanto che lo scorso anno l’hanno visitata in una mezza dozzina. Sulla strada deserta comincia a piovere. Un cartello che spunta da una risaia dice: "Sorridiamo anche lungo il cammino spinoso". Nei campi del governo, i bambini seminano il riso del governo in una corsa contro il tempo, prima che l’inverno siberiano si abbatta sul paese e su di loro con i suoi quaranta gradi sotto zero. Lungo la corsia di sorpasso ogni tanto sfrecciamo di fianco a uomini che camminano sotto l’acquazzone, apparentemente senza meta.
    Nell’atrio dell’hotel Hyangsan, un meteorite di cemento precipitato in mezzo a una foresta che, in effetti, sembra svizzera, mi accoglie una stucchevole cascatella che si getta in un laghetto dove s’abbeverano daini di cartapesta, e che l’uomo alla reception manovra con un interruttore ogniqualvolta entra un ospite. La sera, a cena nel ristorante vuoto, ho una cameriera personale vestita da sposa che mi porge il cucchiaio, mi aggiusta il tovagliolo sulle gambe e se smetto per un attimo di mangiare fa per imboccarmi dicendo preoccupata: "Prego, si serva".

    Monte Myohyang, giorno 3
    Visita al Museo dell’Amicizia Internazionale, sepolto nella foresta come un castello incantato, nei cui 50 mila metri quadri sono custoditi tutti i 214.093 doni ricevuti da Kim Il Sung nel corso della sua carriera politica, in un ambiente a temperatura e umidità controllate "per preservare il tesoro", anche se il vero tesoro da preservare, in un paese afflitto da costanti black-out, sarebbe l’energia elettrica bruciata ogni giorno per alimentare i quattrocento condizionatori del palazzo. A questa cripta gelida si accede oltrepassando due guardie in ghette bianche armate di speciali Kalashnikov incisi al bulino e cromati a specchio, e una porta di bronzo da quattro tonnellate che vi viene concesso di aprire personalmente per provarne la scorrevolezza, a patto che accettiate di infilarvi un guanto di lana per non macchiare la maniglia. Al di là dei solenni cardini si trova un atrio sconfinato di marmo grigio, il cui pavimento, che dà l’esatta impressione d’una pista di pattinaggio, si può calpestare solo dopo aver infilato le soprascarpe di stoffa che vi porge una solerte addetta. In fondo alla sala una vecchietta in uniforme spalanca un secondo portale, oltre il quale si penetra in un ambiente onirico di soffitti di cristallo e corridoi senza fine. Su questo mondo sospeso nel tempo si aprono le porte delle duecento stanze contenenti i doni: nessuno, dicono, è mai riuscito a vederli tutti. "Solo l’anno scorso ne sono arrivati duemilaquattrocento" proclama con orgoglio la nostra guida locale "I doni sono un tesoro del popolo coreano. Anzi, un patrimonio dell’umanità, e sono custoditi qui perché tutto il mondo possa goderne." Tra gli innumerevoli oggetti esposti, il signor Li, la signorina Li, la guida locale e io abbiamo potuto apprezzare: un elefantino di mogano (Mobutu, presidente dello Zaire); un airone di porcellana (reverendo Billy Graham, Usa); un cavallo di peltro (Istituto per le relazioni internazionali, Roma); una gondola in plastica con la scritta "ricordo di Venezia" (dal presidente dell’Istituto per l’automazione, Urss, un tragico riciclo); due poltroncine da bar rivestite di ciniglia (maresciallo Tito, presidente della Jugoslavia); la pelle di un orso bruno ucciso personalmente da Ceaucescu; una palla da basket autografata da Madeleine Albright, ex segretario di stato americano; una carrozza ferroviaria presidenziale blindata, dono di Stalin. A un tratto la signorina Li, timorosa che il tesoro del popolo coreano possa essere una bufala, mi domanda: "Che ne pensa del valore? Sono davvero oggetti cari?".
    Più tardi andiamo al tempio buddista di Bohyon, il meglio preservato e il più antico del paese (le sue fondamenta risalgono al 1042, cioè a circa nove secoli prima dell’inizio del tempo, secondo il calendario nordcoreano moderno). Nel tempio si vedono più militari che civili, il che fa uno strano effetto. "Nessuno viene qui a pregare?" domando alla guida. "Certamente. Ma devono pagare il biglietto." Il biglietto costa un won, ovvero dieci volte quello della metropolitana. Il complesso ha, in effetti, un’aria piuttosto artificiale, come un salotto buono con la plastica sui divani: non c’è, sui diversi altari, un solo residuo di preghiera, né un incenso che finisca di bruciare, né un monaco che si aggiri a rassettare i cuscini. In compenso, qualcuno ha lasciato in una cassetta delle offerte una banconota da cento dollari. La indico alla signorina Li, ma mi rendo conto che non capisce la ragione del mio stupore, perché non è in grado di riconoscere una banconota da cento dollari.
    Per cena, il signor Li ha organizzato un barbecue sulla terrazza dell’albergo. Lontani da occhi indiscreti, il signor e la signorina Li possono concedersi di sedere al mio stesso tavolo e finalmente si rilassano: la signorina Li ha messo per l’occasione un rossetto color fucsia e ha slacciato il suo papillon d’ordinanza; il signor Li e l’autista rimangono in canottiera. Dopo cena, i miei commensali mi tempestano di domande: vogliono sapere che cosa sono le tasse, quante stanze hanno i nostri appartamenti, se chiunque può guidare una macchina, come mai sul mio accendino (è incredibile ciò che riescono a notare) c’è scritto Made in France e non Made in Italy; arcani che il canale della televisione di stato o l’unico quotidiano disponibile (6 pagine) non trovano il tempo di spiegare. La signorina Li e io parliamo dell’amore. "Mio marito non mi ha mai detto che mi ama" dice lei. "Dunque perché mai l’ha sposato?" "Perché finché non sei sposato il governo non ti concede un appartamento."

    Pyongyang, giorno 4
    Eccoci al cimitero dei martiri della rivoluzione, un altro sovrumano trapianto di bronzo e granito che deturpa un’intera collina. Il sacrario pullula di scolaresche entusiaste, e l’usuale musica struggente scaturisce da altoparlanti nascosti nei boschetti di conifere. Decine di gruppi di pellegrini sono in fila, in attesa di deporre fiori ai piedi di una gigantesca stella repubblicana: è un supermercato della contrizione. Lungo il crinale della collina, i busti dorati dei cento eroi della rivoluzione guardano verso la città, disposti come le file di poltrone in un teatro, perché "il Grande Leader ha detto che, anche se morti, avrebbero dovuto vedere dalla posizione migliore le meraviglie della Corea liberata". Purtroppo per loro, nelle rare giornate senza nebbia, dalla cima della collina si vedono il palazzo di Kim Il Sung, oggi con le finestre murate e tramutato in mausoleo, e l’osceno granchio di cemento dello stadio Primo maggio.
    Torniamo nel mondo dei vivi, ma Pyongyang è una città stanca, astenica. Almeno mi fosse concesso di fare una passeggiata a piedi. Noto soltanto oggi che non esistono i semafori: evidentemente è più economico piazzare a ogni incrocio una persona in carne e ossa. "Adesso percorreremo il viale Liberazione" annuncia la signorina Li "È il più largo di Pyongyang: cento metri." In mezzo a quest’orgoglio della rivoluzione, venti tram sono immobili uno dietro l’altro e aspettano che ritorni la corrente. Mentre i passeggeri spingono eroicamente il primo tram della fila non si capisce verso dove, una vigilessa in divisa bianca continua imperterrita a dirigere il traffico inesistente con i suoi scatti da automa.

    Pyongyang, giorno 5
    Oggi ho scoperto altri due aspetti dell’ingegno leonardesco di Kim Il Sung: durante la visita alla diga di sbarramento di Nampo, costruita nel punto dove il fiume Taedong si getta nel mar di Corea, la guida mi ha detto che fu il Grande Leader in persona a disegnarne il progetto, dopo essersi "esposto ai forti venti per decidere il punto esatto dove innalzare la diga". A Pyongyang, al museo di storia naturale, un cartello spiegava come fosse stato possibile salvare lo scheletro di dinosauro che mi trovavo davanti solo grazie ai "preziosi consigli elargiti dal Grande Leader".
    Prendiamo la strada per Kaesong (160 km), al confine fra le due Coree: "Quella che un giorno porterà a Seoul" dice la signorina Li. Al chilometro 90 accade una cosa strana: fermiamo la macchina in una sorta di ristorante al bordo della strada (l’unico edificio fra qui e Pyongyang) e ordiniamo quattro caffè. Quando è il momento di pagare, il signor Li sfodera con noncuranza dal portamonete altrimenti vuoto una banconota da 500 won. Senza battere ciglio, la cameriera di questo bagdad café dimenticato dal Grande Leader e dagli uomini lungo un’autostrada senza traffico incassa la banconota e porta subito il resto di 496 won. Che ci fa in circolazione – e soprattutto nel portafoglio del signor Li – una banconota che paga due mesi di stipendio? La signorina Li fa spallucce: "Oh, c’è da almeno sei anni".
    Kaesong, a otto chilometri dalla zona demilitarizzata che divide le due Coree, è una cittadina piacevole, con un quartiere vecchio di cinquecento anni , le casupole con i tetti di ardesia e le finestre scorrevoli di ciliegio. Nei vicoli acciottolati, bambini magri e sporchi mi fissano sgranando gli occhi come fossi Belzebù e scappano in preda al terrore. "La gente di qui è strana anche per noi" dice la signorina Li. "Se la vedessero in giro da solo sarebbero capaci di chiamare la polizia: penserebbero che è una spia americana. Finirebbe nei guai, e ci finiremmo anche io e il signor Li." Ricevuto.
    In albergo, vengo fatto accomodare sul pavimento, su una stuoia di bambù, e dopo cena una cameriera mi serve il tè in silenzio, secondo un’antica cerimonia. Tutto è perfetto: anche la corrente salta solo dopo che ho bevuto l’ultimo sorso.

    Kaesong, giorno 6
    La città si mette in moto alle sette, quando dai tetti dei palazzi più alti gli altoparlanti cominciano a incitare la popolazione insonnolita: "Lavorate! Producete di più!". I pochi negozi aprono, ma solo per far prendere aria agli scaffali vuoti. Un uomo vestito da militare arranca sulla strada deserta con il suo carro trainato da un bue smagrito. Camion dell’esercito con le ribalte cariche di studenti scappano verso le scuole.
    Infiliamo la strada per il posto di confine di Panmunjom, attraverso risaie smeraldine che brulicano di seminatori. "Anche noi guide dobbiamo lavorare nei campi, ogni tanto" dice la signorina Li. "Ma è un lavoro tremendamente duro. Ecco perché un contadino guadagna il doppio di me." Mentre la Mercedes corre verso sud, la signorina Li perde un briciolo della sua compostezza e si mette a recitare a bassa voce gli slogan sui cartelli piantati in mezzo alle risaie: "Non rinunciamo all’unificazione"; "Uniamoci con un solo cuore"; "Uniti resisteremo, divisi soccomberemo". Riunire le due Coree sotto la stessa bandiera è un’ossessione del nord quanto del sud; il problema non è tanto identificare la formula migliore (secondo entrambi i presidenti, una federazione con due governi), quanto convincere gli Stati Uniti che è giunto il momento di riportare a casa i loro quarantamila soldati.
    Finalmente il cartello che annuncia: Seoul 70 km. Ma non ci sono macchine dirette a Seoul. A Panmunjom, sotto un arco di cemento che porta il motto "Amicizia e unità", veniamo presi in consegna da un anziano tenente con la divisa sfilacciata e i polsini sudici. Alla garitta, mi si avvicina un uomo che indossa una giacca blu con una vistosa scritta sulla schiena: Jugoslavija. È in Corea con la nazionale di pallacanestro, della quale è l’allenatore. "Lei è l’italiano?" domanda. "E lei come fa a...?" "Le voci girano." Ci fanno entrare nell’edificio dove, nel 1953, Corea del Nord e Stati Uniti firmarono l’armistizio che pose fine a tre anni di guerra. Il tenente che ci fa da guida indica il lato del tavolo dov’è seduto l’allenatore: "Quello era il posto del generale Mac Arthur". "Proprio me dovevate far sedere qui?" protesta l’allenatore. "Non leggete che cos’ho scritto sulla giacca?"
    Il tavolo è lungo e lucido; ai due estremi, sotto teche di vetro, la bandiera nordcoreana e quella delle Nazioni Unite. "Gli americani non vollero che la loro bandiera comparisse su questo tavolo, così usarono quella dell’Onu, per non lasciare prove della loro aggressione." In realtà, le tracce che gli Stati Uniti si affannarono a cancellare furono, come dichiarò lo stesso Mac Arthur, quelle della vergogna di "aver firmato il nostro primo armistizio senza aver vinto una guerra".
    Ci spostiamo verso le sette baracche costruite sul 38° parallelo, che segna la linea di confine fra nord e sud: una bella trovata architettonica per permettere alle delegazioni nemiche di sedere nella stessa stanza senza abbandonare i rispettivi paesi. Più oltre sorge un edificio d’acciaio e cristallo con un’aria da centro commerciale, che ostenta ricchezza: dalla terrazza al primo piano una dozzina di cannocchiali e telecamere sono puntati su di noi. Il nome dell’edificio è "Casa della libertà". Dice il tenente: "Nel ‘96 il Caro Leader Kim Jong Il venne in visita qui, esponendosi al fuoco nemico, ma improvvisamente calò una nebbia tanto fitta che non si vedeva a cinque passi. Vede, anche la natura lo ama, e volle proteggerlo così". Nella baracca numero tre, la frontiera è segnata dal cavo d’un microfono steso sul tavolo dei colloqui. In fondo alla sala, una porta azzurra si apre – o meglio, potrebbe aprirsi – sulla metà scomparsa del paese. Il signor Li si avventura oltre il tavolo: "È l’unico punto dove mi è concesso andare in Corea del Sud". Lo seguo: fa una certa impressione varcare il confine più impenetrabile del mondo con tanta facilità. Per lui, che sa che cosa sono le tasse da sole 48 ore, dev’essere come oltrepassare la soglia spaziotemporale d’un buco nero, penetrare nell’ineffabile. Da fuori, due militari sudcoreani in divisa da marines ci spiano attraverso le finestre, ma non è una consegna: è curiosità di ventenni. I nordcoreani, invece, stanno immobili con lo sguardo fisso su un punto lontano come i bronzi della rivoluzione.

    Wonsan, giorno 7
    Siamo venuti a Wonsan, una bella località di mare sulla costa orientale. Prima di cena, ho chiesto alla signorina Li se fosse possibile comprare una spilla con il volto del Grande Leader, come quella che ogni cittadino è tenuto a portare ogni giorno della propria vita. "Non è una cosa così semplice" ha risposto lei, inorridita. "Per poter portare la spilla deve dimostrare una devozione totale verso il Grande Leader." "Cioè?" ho domandato. "Perlomeno deve rispettarlo più di sua madre."

    Wonsan, giorno 8
    Visita alla fattoria collettiva Chonsamri ("il Paradiso"), senza dubbio la migliore dell’intera Corea, visto che mi viene concesso di mettervi piede. La guida locale è una contadina che per l’occasione ha indossato il jogori, il vestito tradizionale che trasforma ogni donna in bomboniera; ci mostra la stele di pietra con incisi versi d’incitamento ai contadini, i campi di riso, il cinema per il dopolavoro, il kindergarten, gli appartamenti dove vivono 1700 persone. Non una foglia è fuori posto. Il pezzo forte della visita è un albero di prugne (principale prodotto della cooperativa, assieme al riso) che nel 1961 venne ammirato dal Grande Leader in persona. "Una pianta eccellente" disse "Porterà ottocento frutti. Continuate così." Qualche giorno dopo, quando raccolsero le prugne e le contarono, racconta la guida quasi in estasi, videro che erano ottocentotré. Nell’udire questa storia, nemmeno il signor e la signorina Li possono trattenere una risata; ma più tardi, in macchina, dove nessuno può sentirci.

    Pyongyang, giorno 9
    Per il penultimo giorno mi hanno riservato la Grande Casa di Studio Popolare, un colossale complesso in stile antico eretto sulla piazza Kim Il Sung, le cui dimensioni clamorose ridefiniscono il concetto di spazio architettonico. La Grande casa è una biblioteca che si estende su centomila metri quadri, per la cui costruzione sono stati destinati quasi 250 miliardi di lire: al suo interno sono custoditi 29 milioni di volumi, cioè 1,2 volumi per ciascun cittadino nordcoreano, comprendendo nella cifra quelli rinchiusi nei campi di lavoro per non essersi dimostrati in linea con il regime, quelli nel frattempo morti di stenti mentre stilavo queste pagine e i profughi fuggiti oltre il confine cinese per disperazione. Orgoglio della biblioteca è il sistema meccanizzato di consegna dei libri, che schizzano fuori dal magazzino a velocità da proiettile, a bordo di vagoncini in miniatura. Provo il sistema al bancone della narrativa straniera. Chiedo qualche titolo significativo della storia della letteratura: il massimo che il computer riesce a trovare è Ventimila leghe sotto i mari, oltre a una raccolta di fiabe e leggende europee contenente un’Odissea in versione ridotta a dodici pagine. Non senza malignità, domando all’impiegata 1984 di Orwell. "Millenovecentottantache?"

    Pyongyang, giorno 10
    Il signor e la signorina Li mi hanno accompagnato alla stazione, dove hanno verificato che salissi sul treno diretto a Pechino. L’addio non è stato dei più toccanti: quando ci siamo abbracciati, la terribile timidezza impediva loro di stringermi. In compenso, la signorina Li mi ha fatto scivolare in mano, con fare furtivo, un minuscolo involto di carta.
    Mentre il treno sferragliava verso il confine di Dandong, ho aperto il cartoccio e all’interno ho trovato una spilla con il volto di Kim Il Sung. L’ho rigirata fra le dita per un po’, e intanto ho pensato alla signorina Li e al suo amore barattato con un monolocale con angolo cottura, ai bambini sudici e col ventre gonfio nei vicoli della vecchia Kaesong, a quelli cui si eran dovuti amputare i piedi perché erano andati a scuola per settimane camminando nella neve senza scarpe, all’entusiasmo forzatamente ipocalorico delle ragazzine costrette a provare cinque ore al giorno per le parate di regime in onore d’un cadavere, al posto di frontiera di Dandong, dove ogni anno almeno trecentomila disperati sfidano le pallottole delle guardie di confine cinesi e nordcoreane pur di scambiare le certezze di una vita da ergastolani con gl’incubi di un futuro da clandestini. Poi ho pensato alle linee pulite ed eleganti delle Mercedes del regime, al nitore ospedaliero del museo dei doni di Kim Il Sung, ai milioni di dollari spesi in tecnologia militare e al fatto che il non poco denaro che avevo sborsato per questo viaggio era stato direttamente versato – come mi aveva rivelato in gran segreto il direttore dell’agenzia di viaggi – sul conto in dollari di una banca privata di Basilea.
    Allora, prima che il treno arrivasse alla frontiera, ho abbassato il finestrino e ho restituito la spilla alle sue risaie.

    Sergio Ramazzotti

    4/15/2009

    A PAGINA 236 DI GOMORRA

    Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezz'Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi, ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file infinite dei camion che depredavano il Volturno della sua sabbia. Camion in fila, che attraversavano le terre costeggiate da contadini che mai avevano visto questi mammut di ferro e gomma. Erano riusciti a rimanere, a resistere senza emigrare e sotto i loro occhi gli portavano via tutto. Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova.
    2/17/2009

    17 Febbraio 2009

    Ore 05,45:     APRE LA DISCARICA DI CHIAIANO.
     
    ILLEGALE
     
    Arrabbiato
     
     
     
     
    1/9/2009

    E' ANCHE IL MONDO DOVE VIVIAMO

    Lettera della vice presidente del Parlamento europeo

     

    Non una parola, non un pensiero, non un segno di dolore per le centinaia di persone uccise, donne, bambini, anziani e militanti di Hamas, anche loro persone. Case sventrate, palazzi interi, ministeri, scuole, farmacie, posti di polizia. Ma dove è finita la nostra umanità. Dove sono i Veltroni, con i loro “I care”, come si può tacere o difendere la politica di aggressione israeliana.

    La popolazione di Gaza e della Cisgiordania, i palestinesi tutti, pagano il prezzo dell’incapacità della Comunità Internazionale di far rispettare ad Israele la legalità internazionale e di cessare la sua politicale coloniale.

    Certo Hamas con il lancio dei razzi impaurisce ed è una minaccia contro la popolazione civile israeliana, azioni illegali, da condannare. Bisogna fermarli. Ma basta con l’ impunità di Israele e dei ricatti dei loro gruppi dirigenti. Dal 1967 Israele occupa militarmente i territori palestinesi, una occupazione brutale e coloniale. Furto di terra, demolizione di case, check point dove i palestinesi vengono trattati con disprezzo, picchiati, umiliati, colonie che crescono a dismisura portando via terra, acqua, distruggendo coltivazioni. Migliaia di prigionieri politici, ai quali sono impedite anche le visite dei familiari.

    Ma voi dirigenti politici, avete mai visto la disperazione di un contadino palestinese che si abbraccia al suo albero di olivo mentre un buldozzer glielo porta via e dei soldati che lo pestano con il fucile per farglielo lasciare, o una donna che partorisce dietro un masso e il marito taglia il cordone ombelicale con un sasso perché soldati israeliani al check point non gli permettono di passare per andare all’ ospedale, o Um Kamel, cacciata dalla sua casa, acquistata con sacrifici perché fanatici ebrei non sopravissuti all’olocausto ma arrivati da Brooklin, pensando che quella terra e quindi quella casa sia loro per diritto divino, sono entrati di forza e l’hanno occupata perché vogliono costruire in quel quartiere arabo di Gerusalemme un’altra colonia ebraica. Avete mai visto i bambini dei villaggi circostanti Tuwani a sud di Hebron che per andare a scuola devono camminare più di un ora e mezza perché nella strada diretta dal loro villaggio alla scuola si trova un insediamento e i coloni picchiano ed aggrediscono i bambini, oppure i pastori di Tuwani che trovano le loro tanche d’acqua o le loro pecore avvelenate da fanatici coloni, o la città di Hebron ridotta a fantasma perché nel centro storico difesi da più di mille soldati 400 coloni hanno cacciato migliaia di palestinesi, costringendo a chiudere più di 870 negozi.

    Avete visto il muro che taglia strade e quartieri che toglie terre ai villaggi che divide palestinesi da Palestinesi, che annette territorio fertile e acqua ad Israele, un muro considerato illegale dalla Corte Internazionale di giustizia. Avete visto al valico di Eretz i malati di cancro rimandati indietro per questioni di sicureza, negli ultimi 19 mesi sono 283 le persone morte per mancanze di cure, avrebbero dovuto essere ricoverate negli ospedali all’estero, ma non sono stati fatti passare malgrado medici israeliani del gruppo Phisician for Human rights garantissero per loro. Avete sentito il freddo che penetra nelle ossa nelle notte gelide di Gaza perché non c’è riscaldamento, non c’è luce, o i bambini nati prematuri nell’ospedale di Shifa con i loro corpicini che vogliono vivere e bastano trenta minuti senza elettricità perché muoiano.

    Avete visto la paura e il terrore negli occhi dei bambini, i loro corpi spezzati. Certo anche quelli dei bambini di Sderot, la loro paura non è diversa, e anche i razzi uccidono ma almeno loro hanno dei rifugi dove andare e per fortuna non hanno mai visto palazzi sventrati o decine di cadaveri intorno a loro o aerei che li bombardano a tappeto. Basta un morto per dire no, ma anche le proporzioni contano dal 2002 ad oggi per lanci di razzi di estremisti palestinesi sono state uccise 20 persone. Troppe, ma a Gaza nello stesso tempo sono stati distrutte migliaia e migliaia di case ed uccise più di tre mila persone tra loro centinaia di bambini che non tiravano razzi.

    Dopo le manifestazioni di Milano dove sono state bruciate bandiere israeliane, voi dirigenti politici avete tutti manifestato indignazione, avete urlato la vostra condanna. Ne avete tutto il diritto. Io non brucio bandiere né israeliane né di altri paesi e penso che Israele abbia il diritto di esistere come uno Stato normale, uno stato per i suoi cittadini, con le frontiere del 1967, molto più ampie di quelle della partizione della Palestina decisa dalla Nazioni Unite del 1947.

    Avrei però voluto sentire la vostra indignazione e la vostra umanità e sentirvi urlare il dolore per tante morti e tanta distruzione, per tanta arroganza, per tanta disumanità, per tanta violazione del diritto internazionale e umanitario. Avrei voluto sentirvi dire ai governanti israeliani: Cessate il fuoco, cessate l’assedio a Gaza, fermate la costruzione delle colonie in Cisgiordania, finitela con l’ occupazione militare, rispettate e applicate le risoluzioni delle Nazioni Unite, questo è il modo per togliere ogni spazio ai fondamentalismi e alle minaccie contro Israele.

    Ieri lo dicevano migliaia di israeliani a Tel Aviv, ci rifiutamo di essere nemici, basta con l’occupazione.

    Dio mio in che mondo terribile viviamo.

    Luisa Morgantini

    11/8/2008

    CHI ARRESTA IL GOVERNO?? by Barda

    In questa terra di paradossi non poteva mica mancare il paradosso dell’emergenza rifiuti?  


    Certo che no! E infatti, mentre si arresta(giustamente) chi abbandona rifiuti ingombranti per strada, a Chiaiano i militari(ufficialmente chiamati a presidiare la discarica) muniti di opportune mascherine antigas. Decidono di recintare un vascone(di circa 800 metri quadri) con del filo spinato. Per fare cosa? Semplice, per buttarci dentro  i  rifiuti speciali ritrovati durante i lavori d’allestimento della discarica.  


    Ebbene si! Durante i lavori  d’impermeabilizzazione della cava, sono state ritrovate  lastre di amianto. Il ritrovamento delle lastre di amianto imponeva la bonifica della cava con un conseguente slittamento dei tempi di consegna. E così  forse per rientrare nei tempi di allestimento previsti dal Governo, i militari hanno deciso di bonificare la zona realizzando un vascone, in cui è stata gettata tutta la porcheria che andava tolta di mezzo.  


    La scoperta è stata fatta dal comitato che si oppone alla costruzione della discarica.

     

    I video che riprendono  i militari nell’operazione di scarico sono stati proiettati oggi nell'aula Matteo Ripa dell'Università Orientale occupata.
     

     

     

    10/28/2008

    PROFEZIA RIFORMA ANGOSCIANTE

    febbraio, 1950


    "Quando la scuola pubblica è cosa forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell’articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano con certe garanzie che ora vedremo alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia.
    [...]
    Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto:
    - rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.
    - attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette.
    - dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico!
    Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. » la fase più pericolosa di tutta l’operazione […]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito […].
    7/23/2008

    NUCLEARE

    * Non è vero che il nucleare è più economico. I veri costi del nucleare sono nascosti, se non addirittura sconosciuti. Lo dimostra il rapporto decennale (1991-2001) congiunto UE-USA, chiamato ExternE, sui costi esterni della generazione energetica, che nel volume 7 a pag. 795 esplicita il criterio di calcolo con cui vengono calcolati i costi delle varie fonti e sostiene che è non sia possibile - allo stato attuale - prevedere i costi della gestione millenaria delle scorie, né dei possibili costi di incidenti di dimensioni geografiche, come quello di Chernobyl. Tali lacune fanno apparire conveniente una fonte che in realtà cela enormi aggravi nel momento in cui si dismettono gli impianti o nel caso di incidenti. Il costo del kWh prodotto, tra l'altro, sarà - persino nelle previsioni del DOE (Department of Energy) americano - superiore a quello di molte altre fonti già a partire dal 2015, ben prima della messa in operatività della prima centrale. A parità di costi capitali, l'energia eolica, secondo un recente rapporto di Greenpeace, già oggi produce 2.3 volte piu' energia, 5 volte piu' posti di lavoro, non aumenta il rischio di incidenti, non produce scorie e permette l'utilizzo del terreno in contemporanea alla generazione. Nonche' il decommissioning di un impianto eolico puo' essere effettuato con un ripristino totale della zona.


    * L'esempio della Francia dimostra la convenienza del nucleare. In Francia, l'errore compiuto negli anni '70 circa la valutazione dell'andamento della domanda energetica, ha portato ad avere oggi 8 centrali su 58 in sovraproduzione energetica. Visti gli elevati costi di una possibile inattività delle centrali, la Francia vende sottoprezzo l'energia a tutti i paesi confinanti, principalmente di notte. In tal modo noi possiamo spegnere le nostre più costose centrali a gas e olio combustibile e far finta che il nucleare sia conveniente ovunque. Ad allungare un po' più lo sguardo, si scopre il fallimento della linea nucleare della British Energy per gli elevati costi di smantellamento delle centrali, oppure i reattori in dismissione in Germania e in Spagna, rimpiazzati da fotovoltaico ed eolico. Il motivo per cui le centrali francesi appaiono non soffrire economicamente è perché EdF, azienda elettrica francese, è totalmente a capitale pubblico: fu voluta da De Gaulle negli anni ’50 per legare strettamente la produzione nucleare civile all’industria militare. E' cosa nota, infatti, che lo sfruttamento delle scorie nucleari civili per la produzione di Plutonio adatto alle testate nucleari tattiche, sia la ragione per cui in primis il settore fece la sua comparsa nel dopoguerra. Se l'Italia ripudiasse veramente la guerra, non contribuirebbe ad alimentare un mercato così nettamente influente sulla sicurezza dell'intero pianeta.


    * Il nucleare in Italia sarà unicamente a capitale privato. Seppure si riesca a trovare dei privati disposti ad investire negli impianti (non esiste impianto al mondo in cui non siano stati usati capitali pubblici), la gestione delle scorie resta di competenza statale, attraverso la Sogin, oltre ad eventuali sussidi e coperture assicurative a carico del contribuente, così come ricadrebbero i costi sociali ed ambientali di eventuali incidenti.
    Se è vero che non esiste gruppo assicurativo pronto a coprire un impianto, pochi sanno che i soldi dei contribuenti finiscono anche in SACE e SIMEST, agenzie statali di credito all'esportazione, le quali assicurano gli impianti nucleari in costruzione all'estero da aziende nostrane come ENEL o Ansaldo. Tale sistema, ristabilito dal ministro Marzano nel 2003 (Governo Berlusconi) in barba del risultato schiacciante del referendum del 1987, permette alle aziende nostrane di investire in centrali senza essere costretti a curarsi molto degli aspetti relativi alla sicurezza, come dimostra lo stato dei lavori di tre impianti in cui è coinvolta ENEL.
     
    * Non è vero che esiste una soluzione per la gestione delle scorie. Ancora senza soluzione in NESSUNA PARTE DEL GLOBO, la gestione di tali rifiuti richiede - finché non siano scoperte tecnologie alternative - un monitoraggio ed una manutenzione continui, costosi e pericolosi. Il famoso impianto di stoccaggio geologico di Yukka Mountain in Nevada è ufficialmente un fallimento, con l'ammissione dei tecnici americani delle infiltrazioni di acqua e delle varie perdite registrate, nel periodo di 25 anni in cui si è provato a svilupparlo. In Italia, bastarono pochi mesi agli incaricati dal governo per dichiarare la "soluzione Scanzano" come sicura e definitiva.

    * Non e' vero che il nucleare è amico del clima. Produce fino a 85 g di CO2 per kWh e comunque la prima centrale potrebbe iniziare le operazioni solo tra 12-15 anni. I cambiamenti climatici sono un’urgenza di oggi, non rimandabile a 12 anni. Tra l'altro, si calcola che se raddoppiassimo la quota mondiale attuale di nucleare, l'uranio utile a questi impianti terminerebbe entro il 2050. (quasi tutto in terreno iraniano…)

    E non parliamo di incidenti: potremmo elencare centinaia di incidenti con cadenza quasi mensile, di cui ben pochi filtrati dai nostri ignobili mezzi di comunicazione (di cui solo alcuni solo ora si risvegliano e pubblicano alcuni dei continui incidenti in Francia). Solo il 13 maggio è stato chiuso il centro di riprocessamento di Sellafield per una fuga radioattiva. In Spagna, la mancata comunicazione di una perdita in una centrale a fine marzo scorso, sta obbligando migliaia di persone (tra cui molti giovani studenti) a sottoporsi a screening per eventuali danni da irradiazione, essendo la centrale rimasta aperta al pubblico per giorni anche dopo l'accaduto. Ogni anno, quintali di Plutonio vengono trasferiti dagli oltre 400 reattori esistenti verso le centrali di riprocessamento…lo sapete che un milligrammo di Plutonio è sufficiente ad uccidere 15.000 persone?



    Nessun'altra fonte ha questi costi e questi problemi!
    7/7/2008

    UNIVERSITA

    Si avvisa la spettabile clientela di evitare le universitarie dal lunedì al venerdì per tutto il mese di luglio.
    Secchione
    7/5/2008

    TRATTATO DI LISBONA

    Si invitano gli utenti a stampare e far circolare

    COSA SAI SUL TRATTATO DI LISBONA?

    1) Sai che è un trattato di riforma europea che sostituisce i precedenti trattati e con il quale si afferma definitivamente la prevalenza del diritto comunitario su quello nazionale?

    2) Sai che tutto il potere decisionale in Europa sarà gestito da 27 Commissari (uno per ogni nazione, non necessariamente eletti dal popolo, che dal novembre 2014 diventerebbero meno di 27, in rappresentanza di solo i 2/3 degli stati), dal Consiglio (anche qui, membri non necessariamente eletti dal popolo), e dalla BCE (Banca Centrale Europea… e figuriamoci se gli "eletti dal popolo" li troviamo proprio qui!), e che il Parlamento Europeo continuerebbe ad avere un ruolo puramente consultivo?

    - Ti senti rassicurato dal fatto che così poche persone decidano del destino di 500 milioni di abitanti?

    - Ritieni che esistano organizzazioni che possano agire per condizionare le decisioni di organismi gestiti da così poche persone, non elette dal popolo, che hanno un potere assoluto sul popolo stesso ma che non rispondono a nessuno che li abbia eletti?

    - Hai mai sentito parlare di "BILDERBERG" e "COMMISSIONE TRILATERALE" ?

    (continua)


    - Ricorderai che per far cadere un qualunque governo è necessaria la maggioranza semplice dei rappresentanti (il 50% più uno); sai che per imporre le dimissioni alla "Commissione" è invece necessaria la maggioranza (con voto palese), dei due terzi del parlamento europeo?

    3) Sai che il trattato di Lisbona reintroduce la pena di morte?

    - Con ambiguità il trattato non cita direttamente la pena di morte ma rimanda alla "carta dei diritti fondamentali" che nel suo articolo 2, prevede la pena di morte per reprimere "UNA SOMMOSSA O UN’INSURREZIONE". Nessun esempio è citato per definire il concetto di "sommossa o insurrezione". Ma se il popolo insorge… qualche buon motivo deve pur averlo… però si espone ad un assassinio legalizzato! Ti senti ancora tutelato nel tuo diritto di opporti a… qualcosa?

    4) Sai che la politica di difesa del trattato di Lisbona, prevede oltre alle "missioni di pace" anche missioni "offensive"?

    5) Sai che in caso di arresto potrai essere spostato in qualunque regione europea, proprio come avviene ora all’interno di qualunque nazione tra un carcere e l’altro?

    6) Sai che il trattato garantisce l’uguaglianza (reciprocità) tra i membri, ma contemporaneamente garantisce l’ineguaglianza tra essi, consentendo alla Danimarca ed all’Inghilterra di continuare a stampare le loro monete nazionali?

    7) Sai che l’Inghilterra rimane comunque proprietaria del 15,98% e la Danimarca del 1,72% della Banca Centrale Europea?

    8) Sai che il contenuto del trattato di Lisbona coincide sostanzialmente con quello della "Costituzione Europea" che è stata bocciata da un referendum popolare in Olanda e Francia? Il "trattato di Lisbona" è stato bocciato dal referendum popolare in Irlanda. Perché queste bocciature? Magari perché questi popoli sono "antieuropeisti" o piuttosto perché sono più informati di noi? (I governi di Francia e Olanda hanno poi ratificato la "costituzione europea" quando questa ha cambiato nome in "trattato di Lisbona" in totale spregio al risultato referendario).

    Secondo lo studio dell’Avv. Klaus Heeger, consulente per il gruppo democratico del parlamento europeo: la Costituzione garantiva alla U.E. 105 nuove aree di competenza, esattamente lo stesso numero di competenze che sono attribuite al Trattato di Lisbona; in quest’ultimo, rispetto alla costituzione rimangono fuori i simboli U.E.: bandiera inno e motto, ma entra il cambiamento climatico. Le rimanenti nuove 104 aree di competenza (aree cioè nelle quali la possibilità da parte degli stati di legiferare in modo difforme da quanto deciso in sede U.E. è illegale), sono identiche.

    9) Sai che gli appartenenti alle polizia ed esercito nazionali dovranno prestare giuramento di fedeltà alla unione europea e chi si rifiuterà potrà essere licenziato?

    10) Sai che con l’approvazione del trattato di Lisbona sarà illegale manifestare contro "l’unione europea"? Questo significa la fine della libertà di esistere per i partiti ed i movimenti ad ispirazione localistica che professino ideali indipendentistici.

    11) Sai cosa affermò Jean Monnet, uno dei fondatori dell’attuale idea di Europa? "Le nazioni dell’Europa dovrebbero essere guidate verso il superstato senza che i loro popoli sappiano cosa sta accadendo".

    Sei consapevole che questo sta accadendo OGGI?

    ORA CHIEDITI

    1) Perché i giornalisti sono pronti a mostrarti il plastico e radiografare l’ultimo omicidio di provincia ma tacciono sul trattato di Lisbona, così importante per il nostro futuro e per quello dei nostri figli e nipoti?

    2) Perché la gran parte dei nostri rappresentanti politici si dichiara a favore di questo trattato? Lo sostengono ripetendo mediocri slogan come "Chi è contro l’Europa è un terrorista!", senza rendersi conto che è proprio questa idea di "Europa" ad essere terroristica, così come lo sono i toni autoritari, tipici di chi vuole sottrarsi al confronto.

    3) Il trattato di Lisbona è così vincolante che potrà subire modifiche solo con l’unanimità degli stati; un’ipotesi davvero difficile da attuare, se si pensa che Inghilterra e Danimarca si troverebbero a dover ridiscutere il loro status privilegiato.

    Questo messaggio non è contro l’integrazione europea ma è per un’integrazione che rispetti le reali esigenze democratiche dei popoli. Questo messaggio è utile per evidenziare la deleteria esistenza di strutture di potere, create e gestite da poche famiglie a capo di multinazionali, come "bilderberg" e "commissione trilaterale", che hanno una pesante e illegittima influenza sulle strategie politiche ed economiche che coinvolgono centinaia di milioni di persone.

    Qui di seguito troverai i link alle notizie ed alle fonti di questo messaggio. Non fermarti alla lettura di queste poche righe, verifica queste informazioni. Prenditi questa responsabilità in nome tuo, dei tuoi figli e dei tuoi nipoti e se condividi lo spirito di questo messaggio fallo conoscere e fai pressione sui tuoi rappresentanti politici e sui giornalisti affinché sviluppino il corretto dibattito democratico sui contenuti del trattato di Lisbona. Non farti intimorire da vuoti slogan… potresti scoprire che quasi nessuno dei nostri rappresentanti politici ha letto il trattato!

    Sulla reintroduzione della pena di morte: lezione del Prof. Schachtschneider all'Università di Salisburgo sui pericoli del Trattato, inclusa la pena di morte, in vari stralci su Youtube.

    Qui un interessante articolo del Prof. Giuseppe Guarino.

    A proposito della PENA DI MORTE: Il prof. Karl Albrecht Schachtschneider ha affermato a questo proposito: "Nella Dichiarazione riguardante le Spiegazioni della Carta dei Diritti Fondamentali, che secondo l'Art. 49b (51) TUE ("Allegato") sono parte costituente dei Trattati, dunque sono parimenti vincolanti, sta scritto: ‘Le disposizioni dell'articolo 2 della Carta corrispondono a quelle degli articoli summenzionati della CEDU [Carta europea dei diritti dell’uomo, ndr] e del protocollo addizionale e, ai sensi dell'articolo 52, paragrafo 3 della Carta, hanno significato e portata identici’."

    Il prof. Schachtschneider sottolinea come all’art. 2 della CEDU si preveda: "La morte non si considera cagionata in violazione del presente articolo se è il risultato di un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario: […] c) Per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o un’insurrezione"; e l’articolo 2 del protocollo n. 6 della CEDU dice: "Uno stato può prevedere nella propria legislazione la pena di morte per atti commessi in tempo di guerra o in caso di pericolo imminente di guerra; tale pena sarà applicata solo nei casi previsti da tale legislazione e conformemente alle sue disposizioni ...".

    Schachtschneider aggiunge: "Sommosse o insurrezioni possono essere viste anche in certe dimostrazioni. Secondo il Trattato di Lisbona, l'uso mortale di armi da fuoco in tali situazioni non rappresenta una violazione del diritto alla vita. In guerra si trovano attualmente sia la Germania che l'Austria. Le guerre dell'Unione Europea aumenteranno. Per questo, l'Unione si riarma – anche con il Trattato di Lisbona."

    Il prof. Schachtschneider aggiunge infatti: "La prassi dell'Unione di estendere estremamente i testi sui doveri degli stati membri non autorizza ad escludere anche una tale interpretazione, quando la situazione lo comanda o lo consiglia."

    Su Youtube

    Articoli interessanti:
    Comedonchisciotte
    Disinformazione

    Su WIKIPEDIA:
    Gruppo Bilderberg
    Commissione Trilaterale
    Commissione Europea
    BCE Banca Centrale Europea
    Jean Monnet

    Trattato di Lisbona, testo integrale
    Trattato sul funzionamento della U.E. testo integrale
    7/4/2008

    AMEN

    HoLLywO0D
    is back!
     
    6/27/2008

    DIVIETO DI BALNEAZIONE IN COSTIERA

     
    Normalmente il sabato e la domenica vado a fare il bellillo in costiera e a rinfrescare le calde giornate di afa.
     
    LO SAPEVATE CHE QUEST'ANNO IL BAGNO NON SI PUò FARE???
     
    E' stato applicato il divieto di balneazione, ma logicamente i proprietari dei lidi li hanno rimossi fregandosi dei rischi per noi billilli.
     
    TABELLA DIVIETI
     

    n.

    Comune

    Denominazione

    Punto

    Tot. camp. Routinari

    Tot.camp

    sfavorevoli

    1

    Atrani

    Spiaggia del Dragone

    16

    12

    5

    2

    Minori

    Spiaggia Ow.R.Minor-

    19

    17

    17

    3

    Minori

    Spiaggia est R.Minor

    20

    13

    5

    4

    Maiori

    Foce R. Maior-

    22

    12

    4

    5

    Cetara

    Spiaggia interna porto-

    28

    12

    9

    6

    Vietri s/ Mare

    100 m Ow Bonea

    31

    13

    0

    7

    Foce Bonea

    32

    13

    13

    8

    « 

    100 m est Bonea

    33

    13

    11

    9

    Salerno

    Foce Irno

    37

    13

    12

    10

    200 m est foce Irno

    38

    13

    12

    11

    Foce Fuorni

    45

    13

    11

    12

    Sp.tra Fuorni e Picentin

    46

    13

    0

    13

    Foce Picentino

    47

    13

    6

    14

    Pontecagnano

    500 m est Picentino-

    48

    12

    2

    15

    I° Canale di bonifica-

    49

    12

    1

    16

    II° Canale di bonifica-

    50

    12

    7

    17

    Foce Asa-

    52

    12

    5

    18

    200 m est foce- Asa

    53

    12

    2

    19

    500 m Ow. Tusciano-

    54

    12

    4

    20

    Foce Tusciano-

    55

    12

    11

    21

    Battipaglia

    500 m est Tusciano-

    56

    12

    7

    22


    Lido Spineta-

    57

    12

    4

    23


    Foce Idrovora

    60

    12

    9

    24

    Eboli

    Foce Sele-

    65

    12

    7

    25

    Capaccio

    Foce Capo di Fiume

    72

    12

    2

    26


    Foce Solofrone-

    74

    12

    2

    27

    Agropoli

    Foce Testene -

    76

    12

    4

    28

    Castellabate

    Vallone Arena-

    91

    12

    1

    29

    Casalvelino

    Foce Alento-

    105

    12

    7

    30

    Pisciotta

    Vallone S.Macario-

    111

    15

    2

    31

    Centola

    Foce Lambro-

    148

    12

    3

    32

    S.G.ni a Piro

    Scario sp.uscita porto

    135

    12

    5

    33

    Santa Marina

    Foce Bussento

    136

    12

    3

      ma il tifo, il colera e l'epatite so pericolosi??Pensieroso   dove si va?
    6/23/2008

    Intervista: Maurizio Pallante

     
    L'esperto Maurizio Pallante spiega i vantaggi economici e ambientali della raccolta differenziata e gli svantaggi degli inceneritori
     
     
     
     
    dal blog di Grillo